Decidere di non Fare, la Sconfitta più Grande

È l’amministrazione dei tempi nuovi, quando qualcosa non è facile (e oggettivamente è divenuto tutto più complicato), quando qualcosa comporta l’assunzione di responsabilità (e queste sono sempre di più), si può arrivare a decidere di non fare. La rassegna ovina di Campo Imperatore, è l’ultima vittima in ordine di tempo, ma non sarà purtroppo l’ultima se non si pone argine a questa tendenza. Dopo lo scempio dello scorso anno si sarebbe dovuto lavorare 365 giorni senza sosta, per far sì che quella del 2018 fosse una giornata del rilancio dell’allevamento di qualità del Gran Sasso d’Italia, che magari andasse oltre l’arrosto e il vino (che scorre spesso in quantità eccessive in tali circostanze) e ritrovasse contenuti propri della manifestazione, raccontando la civiltà, la letteratura e l’attualità della pastorizia nostrana. Si sarebbe dovuto assicurare il massimo spiegamento di forze di protezione civile e forze dell’ordine con specializzazioni in tutela dell’ambiente, spiegamento superiore a quanto previsto dalle recenti norme riguardanti le manifestazioni pubbliche (ultima in ordine temporale la circolare Gabrielli), per far sì che l’accaduto non accadesse ancora, invece si palesa il rischio di interrompere una tradizione decennale.

Prima le strade provinciali di montagna chiuse per questioni di sicurezza legate alla mancanza di manutenzione, oggi il possibile annullamento di un evento che aveva il merito di promuovere le nostre tradizioni pastorali, decisioni che rendono vana qualsiasi speranza di rilancio delle aree interne e assunte dalle stesse istituzioni che avrebbero il compito, se non di aiutare, quantomeno di non penalizzare chi continua tenacemente a resistere tenendo in vita territori destinati diversamente ad un inesorabile spopolamento.

Non riusciremo mai ad essere migliori di chi ci ha preceduto, nella vita, nell’amministrazione e nella politica, se non si ristabiliscono le condizioni per tornare ad una più serena assunzione di responsabilità che comporta il governare. Il dispiacere è come al solito per il territorio, per quello che si sarebbe potuto fare, per le due Università, dell’Aquila e Teramo che con le rispettive eccellenze avrebbero potuto creare in quota, con addetti del settore ed appassionati, un momento d’incontro unico nel genere. Il dispiacere è per quei pastori che allevano alcuni capi per un anno intero, con professionalità e dedizione, da 50 anni, per ben figurare in una fiera forse che non ci sarà, quei pastori attori di un territorio e di una sceneggiatura nella quale non sono più coinvolti dai registi della montagna, quei pastori con i quali bisognerebbe ricominciare a programmare l’edizione 2019.

 

Stefano Palumbo