La Responsabilità Sociale degli Amministratori Pubblici

Responsabilità

Per responsabilità sociale intendo quella responsabilità extra contrattuale, quella extra mandato, quella extra istituzionale, quella che si percepisce in modo impalpabile e che determina la percezione di un amministratore pubblico verso i suoi concittadini: quella responsabilità etica che attiene all’onestà intellettuale, alla correttezza dei comportamenti ed alla capacità di anteporre il bene comune ai piccoli e diffusi interessi privati.

 

E’ questa particolare sensazione di essere responsabili verso la comunità che, se presente nell’animo dell’amministratore pubblico, diventa linea guida di comportamento quotidiano.

 

Vi parlo di quella responsabilità che va bene oltre le leggi. Il grande insegnamento che ci viene dato da esperienza con quelle di Cittadinanza Attiva o di Medici Senza Frontiere, ci fanno capire come i cittadini posso operare per il bene comune senza che la legge lo imponga: serve fare e si fa, nell’interesse della comunità. A partire dalle piccole cose. Non serve una legge per fare correttamente le raccolta differenziata o per pulire un parco pubblico per aiutare persone bisognose. Lo stesso insegnamento di Falcone, Borsellino e tanti altri semplici cittadini che di mostrano ogni giorno di credere nella possibilità di fare le cose per bene nell’interesse di tutti.

 

Se i cittadini proattivi risolvono molto, anche gli amministratori devono prendersi carico di responsabilità che vadano oltre il loro mandato.

 

Sappiamo quante sono le Associazioni culturali che lavorano senza alcuna retribuzione e svolgono un lavoro fantastico senza alcun sostegno pubblico, con un forte riconoscimento da parte dei cittadini e senza alcun riconoscimento delle Istituzioni; queste Associazioni stanno mantenendo viva la socialità a L’Aquila, la socialità necessaria a mantenere in vita identità, legami, amicizie. Si tratta di quella sensazione di comunità che non deve disgregarsi.

 

Stiamo vivendo il periodo in cui si deve andare oltre, oltre le regole (non per infrangerle ma) per fare meglio di ciò che ci viene imposto, oltre il mandato per fare meglio di ciò che ci viene delegato.

 

Il Codice Civile con l’art. 2043 c.c. (responsabilità extra contrattuale) parla dei danni che la Pubblica Amministrazione può arrecare a terzi con cui entra in contatto nell’esercizio di funzioni pubbliche. E’ regolata dall’art. 28 della Costituzione che stabilisce che i funzionari e dipendenti dello Stato e degli enti pubblici sono direttamente corresponsabili di danni arrecati a terzi.

 
Bisogna andare oltre, oltre alla responsabilità civile secondo Codice: significa assumersi un altro tipo di responsabilità: etica, immateriale, impalpabile. La “responsabilità sociale”. E non è solo quella delle imprese, di quelle imprese che rispettano l’ambiente oltre il necessario obbligatorio, che sostengono l’economia dei territori su cui lavorano oltre il loro dovere contrattuale. E’ di tutti i cittadini e deve essere anche degli amministratori pubblici.

 

Esiste quindi, secondo il Codice Civile, la responsabilità per danno procurato a causa di errori per aver fatto male qualcosa ma non esiste alcuna responsabilità per “non” aver fatto, non esiste la responsabilità per la mancata operatività o per l’inefficacia delle azioni svolte: è in questo vuoto che si inseriscono i cittadini, i cittadini resilienti proattivi, quelli che si rendono conto delle esigenze diffuse e non chiedono ma fanno. Basti solo l’esempio dei fondi comunitari inutilizzati.

 

Ora molti definiscono questa responsabilità semplicemente come effetto della comunicazione e, non essendo d’accordo, ho bisogno di chiarire un aspetto che ritengo determinante: l’azione dell’esperto di comunicazione, o dell’amministratore consapevole, consiste nel determinare quali azioni siano rilevanti in termini di comunicazione, quali azioni siano determinanti per orientare i comportamenti individuali e collettivi; non consiste, come spesso si crede, nel solo interagire con gli organi di stampa per diffondere le opinioni di chi comanda. (Professione Comunicatore – F. Spantigati 1993)

 

La responsabilità sociale è quindi quella dei comportamenti, è quella che si evince quando la comunicazione è coerente con i comportamenti: indichiamo ciò che facciamo e facciamo ciò che abbiamo detto, che si tratti di un programma di mandato o di un appuntamento o di un impegno preso in campagna elettorale. E’ la concretezza del rapporto che denota quel senso etico di responsabilità sociale. La comunicazione non deve servire a nascondere oppure ad enfatizzare caratteristiche improbabili ma deve servire ad attivare una relazione biunivoca che parta da un processo di ascolto e termini con il risultato raggiunto della soddisfazione dei cittadini a seguito di azioni svolte in attuazione dell’ascolto. Dare ascolto alle esigenze significa che poi bisogna fare bene, significa attuare la partecipazione. E non ho scritto semplicemente fare. Non è sufficiente fare.

 

La differenza determinante tra i candidati, tra i governanti e tra le persone e gli amici è questa: la consapevolezza di essere come si appare, la consapevolezza di dover essere coerenti con ciò che si dice, la consapevolezza del dover fare bene.

 

La progressiva perdita della consapevolezza del bene pubblico nel nostro Paese richiede certo un grande rigore giuridico ma non solo: dovremmo sentirci pienamente cittadini di questo paese con un grande senso di responsabilità sociale, unito ad un comportamento etico e coerente.
Con il termine comportamento mi riferisco a ciò che fanno tutti coloro i quali mettono in atto azioni meritevoli senza bisogno di leggi, senza bisogno di essere pagati, senza avere la necessità di farsi conoscere e di farlo sapere. E’ l’antitesi della politica spettacolarizzata di oggi, sono i cittadini attivi e solidali consci del loro ruolo sociale di partecipanti alle sorti di una collettività. Essere “di” una città o “di” una nazione presuppone un forte legame di reciprocità, significa essere proprietà “di” una collettività che esige.

 
E’ la differenza tra immagine e comportamento, tra il dire a tutti i costi pur di apparire ed il fare bene nell’interesse della collettività. E non ho scritto semplicemente fare. Non è sufficiente fare. Essere “di” un territorio non significa esserci nato, significa essere di proprietà di quel territorio: l’amministratore responsabile si sente “di” proprietà del Comune che lo ha eletto e si mette al servizio dei suoi proprietari, di chi lo ha eletto, rispondendo alle esigenze diffuse e migliorando la qualità della vita diffusa.

 
Leggiamo dal sito di Cittadinanza Attiva:
“ … l’articolo 118 della Costituzione riconosce l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale …. sulla base del principio di sussidiarietà…. “perché non accada ad altri”: il nostro ruolo è ……. agire per prevenire …. favorire il cambiamento della realtà, dei comportamenti … Siamo convinti che “fare i cittadini sia il modo migliore di esserlo”, cioè che l’azione dei cittadini consapevoli dei propri poteri e delle proprie responsabilità sia un modo per far crescere la nostra democrazia, tutelare i diritti e promuovere la cura quotidiana dei beni comuni.”

 
I cittadini per tutelare i beni comuni ed essere resilienti, ma anche proattivi, non hanno bisogno di leggi, fanno e basta. Fanno bene nell’interesse della collettività. E non ho scritto semplicemente fare. Non è sufficiente fare. Abbiamo bisogno della capacità di passare dalle idee ai fatti, di sviluppare quella rara capacità di fare bene nell’interesse comune; servono amministratori responsabili capaci di assumersi la responsabilità di andare oltre ogni normale aspettativa.

 

Paolo Tella, manager