laurea

Da più settimane, ormai, la maggioranza di destra in Consiglio Comunale è impegnata a dipanare la matassa degli incarichi di punta nelle società partecipate in un clima di crescente tensione, tanto che l’ultimo consiglio comunale è stato sciolto, singolarmente, per abbandono dell’aula dei consiglieri di maggioranza. Questo situazione determina un’amministrazione bloccata da un clima di veti incrociati dei vari partiti di maggioranza, assessori che non portano alcun atto significativo in consiglio comunale temendo di essere impallinati dal fuoco “amico” e il dibattito sulla città e sui grandi temi strategici è completamente assente. Neanche l’abile tentativo del sindaco, di scagliarsi con toni accesi e provocatori contro l’opposizione, con il duplice scopo di spostare il dibattito e l’attenzione su altri argomenti e di ricompattare la maggioranza contro il cattivo e pericoloso nemico che è il centrosinistra, pare abbia prodotto gli effetti sperati.

L’attuale maggioranza, tuttavia, può ancora permettersi altri mesi di immobilismo, tant’è che la città, pur senza un atto reale della nuova Giunta, continua ad andare avanti per inerzia, segno questo che in fondo prima non si era amministrato così male. Vi saranno ancora elenchi della ricostruzione da pubblicare, inaugurazioni da fare e nastri da tagliare frutto dell’operato della precedente giunta; l’immondizia sarà raccolta ogni giorno anche in assenza dei nuovi vertici dell’ASM, la Ex-Onpi continuerà ad ospitare in un ambiente accogliente e sempre più ricco di servizi gli anziani di questa città, così come saranno garantite tutte le altre prestazioni che il Comune eroga giornalmente, certo non senza difficoltà, attraverso le sue società.

Insomma, le forze politiche di governo possono continuare a bisticciare sulle nomine dei vertici delle aziende comunali ancora per un po’. Ma il punto è un altro: in nome di quale nobile principio si sta consumando questo scontro? Il merito, la competenza? Oppure forse lo spirito che sottende a tali diatribe è altro? Non prendiamoci in giro, lo sguardo dei partiti di maggioranza è cinicamente proiettato sui prossimi appuntamenti elettorali e la presidenza di un’azienda è uno strategico fortino da conquistare per affermare la propria forza e avere tra le mani un potenziale strumento di consenso elettorale. In quest’ottica il titolo di laurea, richiesto dai Salviniani come requisito per poter concorrere alla presidenza delle aziende comunali, appare più come un pretesto per rompere gli equilibri ormai definiti all’interno di Forza Italia e arginare le ambizioni del partito forzista che ha già recitato la parte del leone nella composizione della giunta e che vuole continuare a farlo posizionando due suoi fedelissimi (non laureati) a capo di due importanti aziende. Del resto, senza che nessuno si offenda, la logica della competenza su una specifica delega o del semplice titolo di studio non è stata certo quella che ha ispirato la composizione della giunta; si è trattato, come avverrà anche per le partecipate, di una rigorosa applicazione del classico manuale Cencelli storicamente antitetico al principio della competenza.

Vi è insomma una quotidiana smentita di un certo auspicabile rapporto tra ciò che si predica in campagna elettorale e ciò che poi si realizza.

Vi è insomma, al pari di quanto fa ogni rivoluzionario movimento anche su scala nazionale, da Salvini ai Cinquestelle, anche all’Aquila all’era di Biondi, una quotidiana smentita di un certo auspicabile rapporto tra ciò che si predica in campagna elettorale e ciò che poi si realizza. D’altronde, è bene fare autocritica ed essere onesti fino in fondo, sono difetti questi di cui non è immune, a tutti i livelli, neanche il mio schieramento politico, che confido tuttavia possa dimostrare nel futuro, con i fatti, di saper fare tesoro dei tanti errori commessi.

Vi è poi una considerazione più alta della mia polemica da oppositore, se così vi piace considerarla: è quella di cui chiedono conto i tanti che quotidianamente, con titoli di studio elevati, devono confrontarsi con un’obsoleta classe dirigente, priva non solo di lodi accademiche, ma anche ormai di un qualsivoglia mandato popolare. È quella delle più giovani e fresche menti che stanno pian piano rinnovando la pubblica amministrazione, che completano procedure concorsuali nelle quali i vertici di alcune aziende pubbliche locali o nazionali, stenterebbero probabilmente a superare le prove preselettive. È quella di coloro che credono che per avere una politica migliore si debba migliorare la propria preparazione, quelli che continuano a studiare, ad imparare, a sottoporsi ad esami. E’ a tutte queste giovani energie, a cui più il sistema paese non riesce più ad offrire un valido motivo per restare ad investire il proprio futuro in Italia, che la politica dovrebbe dare un segnale di speranza attraverso scelte coraggiose, nette, attraverso azioni che indichino una precisa volontà di cambiare lo stato delle cose. Nulla di tutto questo invece, nulla di nuovo insomma. Si abbia solo il coraggio di dirlo senza nascondersi dietro una finta retorica.

“L’aquila è stata liberata”, si diceva all’indomani del ballottaggio, “da cosa?” aggiungo io ma soprattutto “per fare spazio a quale sistema di potere?”

 

Stefano Palumbo