Oltre il festival. Quale futuro per gli eventi culturali in città?

Partecipazione

L’iniziativa “Il festival incontra la città dell’Aquila” del 15 novembre scorso, promossa dalle associazioni organizzatrici del Festival della Partecipazione (ActionAid Italia, Cittadinanzattiva, Slow Food Italia) è servita a renderci consapevoli che questa manifestazione rischia di scomparire, se non definitivamente, certamente dalla nostra città. Importanti centri del nord Italia sono pronti ad offrire ospitalità alle prossime edizioni e relativo contributo.

Dichiarando di essere di parte, ossia sostenitore della continuità del Festival, ritengo che questa vicenda possa e debba essere occasione per una riflessione più ampia sul ruolo che eventi di questo genere hanno nella strategia di sviluppo di una città, la nostra città, all’interno di un quadro di politiche urbane.

Di seguito un mio contributo alla discussione già aperta da settimane e che avrà un momento di confronto in occasione dell’incontro pubblico convocato il 7 dicembre per discutere dei risultati raggiunti dal festival e delle iniziative future.

 

“Città degli eventi” o “città con eventi”

In un progetto di ricerca del 2016 del dipartimento di scienze sociali del GSSI, chiamato “L’Aquila del futuro”, i ricercatori si chiedevano se L’Aquila si stesse orientando verso la configurazione di una “città degli eventi” oppure di una “città con eventi”. Nel primo caso, “gli eventi narrano, supportano e in qualche caso perfino direzionano la strategia di sviluppo della città, partecipando a un processo di apprendimento per gli attori locali… la città degli eventi riesce a comunicare la visione urbana dello sviluppo, rendendola un fattore di attrattività e contribuendo a un posizionamento distintivo della città stessa e dei suoi eventi”. Nel caso della città con eventi “l’eventificazione identifica semplicemente una proliferazione di eventi che restano scollegati da una riflessione strategica di lungo periodo… la città rimane un mero contenitore fisico di eventi che stando al di fuori dal quadro delle politiche urbane, hanno impatti esclusivamente temporanei e tendenzialmente mostrano difficoltà di radicamento”.

Dovremmo allora chiederci se e in che misura gli eventi organizzati in città siano coerenti e funzionali alla strategia di sviluppo che si sta portando avanti. In questa prospettiva, è bene ricordare che il tema della partecipazione era sottolineato e posto come raccomandazione da seguire sia nel rapporto stilato dall’OCSE nel 2012 (L’azione delle politiche a seguito di disastri naturali) sia nello studio promosso dal Ministero per la coesione territoriale (“L’Aquila 2030” una strategia di sviluppo economico): molte esperienze internazionali post disastro dimostrano infatti che il coinvolgimento della comunità nelle decisioni sia indispensabile per l’accrescimento della consapevolezza pubblica, ma allo stesso tempo rappresenta anche uno strumento attraverso cui i responsabili politici possano meglio comprendere le dimensioni dei problemi e fornire, di conseguenza, soluzioni adeguate. Altra importante indicazione è che, affinché una strategia di sviluppo economico produca i suoi effetti è necessario che non venga modificata a seguito della naturale alternanza dei cicli amministrativi legati a possibili diversi orientamenti politici. In tal senso, sarebbe dunque opportuno considerare i processi partecipativi non come una politica di parte ma inquadrarli come bene collettivo, tutelato ed alimentato come elemento strategico allergico alle visioni di parte. Il Festival della Partecipazione nasce all’Aquila non casualmente ma come laboratorio per praticare e rafforzare questo indirizzo. Vien da sé che la sua prosecuzione, anche per i prossimi anni, ha senso nella misura in cui si voglia, all’Aquila, fare della partecipazione una pratica quotidiana, migliorando gli strumenti amministrativi, e non solo, di cui il Comune si è già dotato (Consigli Territoriali di Partecipazione, bilancio partecipativo, laboratori di architettura partecipata, Urban Center) e introducendone di nuovi, necessari a favorire la partecipazione di chi oggi non ha possibilità di farlo.

D’altro canto, tra i punti deboli del Festival mi permetto di annoverare la ancora limitata capacità di coniugare appieno la sua dimensione nazionale con l’approfondimento di problematiche locali, attorno alle quali creare quell’empatia con il territorio che altre iniziative hanno saputo invece generare (vedi la notte dei ricercatori); una carenza che lo ha reso agli occhi di alcuni paradossalmente elitario nonostante sia incentrato proprio sul protagonismo dei cittadini.

 

Sostenibilità del Festival della Partecipazione

Il festival deve necessariamente fare i conti con un aspetto più concreto di ogni ragionamento di merito, quello della sua sostenibilità economica, che è esattamente al centro dell‘attrito generatosi tra amministrazione comunale e organizzatori. L’edizione 2018 ha avuto un costo complessivo di 260.000€ di cui 120.000€ (45% del totale) destinati a fornitori, attività commerciali e professionisti locali. Limitatamente all’aspetto dell’impatto economico si può affermare quindi che è stato certamente un buon investimento per il territorio se si pensa che il contributo pubblico a carico delle casse comunali è stato di appena 30.000€ (l’11% del costo totale a fronte di un rendimento per il territorio del 300%). Tale impegno è tuttavia evidentemente insufficiente a garantirne la conferma anche per il prossimo anno.

Nelle prime due edizioni, la destinazione di una quota parte dei fondi legati al Programma Restart per lo “sviluppo delle potenzialità culturali e per l’attrattività turistica del cratere” in favore del Festival avevano consentito un contributo complessivo molto maggiore. Tale intervento, di cui il Comune dell’Aquila è soggetto attuatore, dispone per il quinquennio 2016-2020 di una dotazione economica di 13,2 milioni di euro ed ha l’obiettivo di attivare “una serie di azioni volte a creare convenienze per le istituzioni aquilane e del territorio del cratere a fare rete, aggregando gli operatori del settore, le istituzioni, gli istituti artistici culturali, nel mutato scenario competitivo del settore culturale. Supporta la creazione e la sedimentazione di competenze in campo artistico culturale, sia di tipo tecnico-materiale che immateriali e ne incentiva la diffusione all’interno della filiera culturale locale. Supporta inoltre la valorizzazione e la conoscenza del patrimonio culturale del cratere, nell’idea di pervenire alla costruzione di un’immagine unitaria da promuovere sui mercati turistici più globali, attraverso anche l’organizzazione di eventi sul territorio di portata e risonanza almeno nazionale”.

In particolare, limitatamente ai fondi disponibili per il sostegno a iniziative ed eventi all’interno del territorio del Comune dell’Aquila, l’amministrazione comunale con delibera di Giunta n.256 del 22.06.2018 ha deciso di assegnare i 600.000€ destinati al finanziamento di eventi e iniziative individuati direttamente dal Comune dell’Aquila secondo la seguente ripartizione:

1. Perdonanza Celestiniana, € 160.000,00;
2. Jazz Italiano per L’Aquila, € 80.000,00
3. I Cantieri dell’Immaginario, € 240.000,00
4. Notte dei ricercatori, € 60.000,00
5. Festival della Montagna, € 60.000,00

Al Festival della partecipazione sarebbe lasciata la possibilità di partecipare ad un avviso pubblico attraverso cui verranno assegnate risorse ben più esigue, pari complessivamente a 200.000€.

 

Una visione per il domani

La totale discrezionalità della giunta presta il fianco a numerose obiezioni critiche ed aprirebbe uno spazio di scontro politico che potrebbe risultare sterile se ci si fermasse alle istanze contingenti dell’oggi. È forse più importante ed utile, invece, proiettare la questione del Festival (impossibilitato a continuare la sua esperienza in mancanza di un sostegno economico adeguato da parte del territorio) su tutti gli altri eventi che, a partire dal 2021, non potranno più contare sui fondi Restart legando la loro sopravvivenza solo alla capacità di ognuno di imparare a camminare sulle proprie gambe. In altri termini, il problema che dovremmo porci non è quello di mantenere in vita il Festival (così come il jazz o i cantieri dell’immaginario) fino al 2020, ma come esso (insieme agli altri) possa in questi due anni acquisire la necessaria solidità finanziaria per diventare, come gli organizzatori auspicano, “uno degli appuntamenti più importanti di tutta Italia, un punto di riferimento per parlare di attivismo e partecipazione e costruire le nuove forme della politica con al centro cittadini e cittadine.”

Al momento, di quelli sopra elencati, l’unico evento con una potenziale sostenibilità finanziaria indipendente dai fondi Restart è la “Notte dei ricercatori”, poiché cofinanziato da Università, INFN e GSSI; gli altri rischiano nel migliore dei casi di ridursi drasticamente proporzionalmente alla esclusiva capacità finanziaria delle casse comunali. Analogamente il Festival della Partecipazione è cofinanziato (per le tre edizioni svolte finora complessivamente per circa 600.000€) da Cittadinanza Attiva, Action Aid e Slow Food, tre associazioni nazionali che hanno deciso di investire in città. Logica vorrebbe che l’amministrazione incentivasse prioritariamente chi investe di tasca propria, con l’ottica di generare un effetto moltiplicativo in termini di benefici sul territorio rispetto ai fondi pubblici investiti. Non è questo, evidentemente, l’unico criterio da seguire, tante altre valutazioni si potrebbero aggiungere; resta però la necessità di una pianificazione a lungo termine, un accordo integrato con il Comune e con la comunità locale che possa sostenere economicamente, politicamente e culturalmente queste iniziative, oltre la generosa ma limitata disponibilità dei fondi legati alla gestione post sisma. È necessaria inoltre l’ambizione di credere in una città che possa ospitare eventi che vadano oltre il localismo e ci vedano come referenti, almeno culturali, a livello regionale.

 

Stefano Palumbo

Capogruppo PD in consiglio comunale