Post-12-06-2018

Di fronte alle sfide sempre più complesse che la società e il sistema economico ci sottopongono quotidianamente, compito della classe politica dovrebbe essere quello di provare almeno ad alzare il livello del confronto, allargare il campo del dibattito, invece di limitarsi a rincorrere questioni sollevate da altri come sta avvenendo in città sia sul tema dei trasporti che degli uffici regionali. La discussione politica degli ultimi giorni riportata come sempre a livello di bar, di campanile, è invece la riprova di come si preferisca sopperire all’incapacità di mettere a fuoco e risolvere i problemi aizzando i cittadini gli uni contro gli altri, nella speranza di ritagliarsi qualche giorno di visibilità e un po’ di consenso.

Ma la politica è altra cosa, richiede passione, studio, confronto, ma anche capacità di autocritica e onestà nel riconoscere i propri errori. Il PD ne ha commessi diversi e continua a farne perseverando in un’impostazione che rischia di vanificare le tante cose buone che sono state fatte in questi anni. Per essere credibili davanti ai cittadini dovremmo innanzitutto prendere atto che l’ambizioso progetto con cui si era partiti quattro anni fa al governo della Regione, di riconnettere l’Abruzzo spaccato da uno sterile campanilismo alimentato dalle politiche dei precedenti governi di centrodestra, è rimasto incompiuto, più per mancanza di volontà che di capacità. L’attenzione verso le aree interne, provate da cataclismi naturali e dalla crisi economico sociale degli ultimi anni, non è stata sempre al centro dell’agenda regionale; contestualmente sono state invece avallate scelte che a volte sono sembrate rispondere più a disegni personalistici che ad un programma di governo. Sono anni ormai in cui l’asse amministrativo, nei numeri e nelle scelte si è spostato sempre di più sulla costa, a dispetto di quelle zone (e non parlo soltanto del territorio aquilano, ma anche della Marsica, della Val di Sangro e dei comuni dell’entroterra teramano) che maggiormente avrebbero avuto bisogno di sostegno e di prossimità; con il paradosso che le azioni percepite dagli aquilani come scippi a danno delle aree interne non vengono poi rivendicate dai pescaresi come risultati ottenuti a vantaggio della costa. Ne è la chiara dimostrazione il risultato ottenuto dal PD alle recenti elezioni politiche, deludente in modo uniforme su tutto il territorio regionale, trasformatesi quest’ultime, in un giudizio anticipato sul governo regionale, salvo necessari auspicabili e repentini cambiamenti di rotta.

Le recenti polemiche sul trasporto pubblico locale hanno dunque ragion d’essere nel momento in cui la riforma di riorganizzazione complessiva del sistema dei trasporti prevede la ricollocazione di 1 milione e mezzo di chilometri contribuito dalla Regione (per un valore di 3 milioni di euro) destinati finora alla tratta L’Aquila-Roma, su tutto il territorio regionale e solo in piccolissima parte sulla provincia dell’Aquila, mentre probabilmente, non per campanile ma per buona politica, sarebbe stato opportuno eventualmente ridistribuirli in quei territori colpiti dai vari terremoti che rischiano di essere abbandonati, disponendo di due collegamenti scarsi al giorno (e a costi proibitivi) con le medie città abruzzesi, oppure in alternativa destinarli al trasporto locale della città dell’Aquila nell’ambito della fusione tra AMA e TUA.

Allo stesso modo lo spostamento continuo di servizi regionali, ora posti da una parte, ora dall’altra, sottoposti ad una firma del direttore di turno presente ora all’Aquila, ora a Pescara, in assenza di una logica oggettiva e fatto a fine legislatura allorché si dovrebbero raccogliere i frutti delle pianificazioni precedenti, appare ingiustificato e degno di opposizione. Il programma di governo parlava d’altro, prevedeva semmai la legge per L’Aquila capoluogo, annunciata come la prima legge che il governo regionale avrebbe promulgato e che a quattro anni di distanza non vede ancora la luce.

Non c’è bisogno di prove muscolari da minacciare, ma di ragioni serie ed oggettive da far valere nell’ambito di una strategia che sembra sia stata smarrita, chiamando in causa un partito che a livello regionale ha fatto mancare la sua voce per troppo tempo, avallando tutto quanto veniva disposto ed imposto dai vertici regionali e relegando all’angolo le voci del dissenso interno, tanto da permettere al centro destra aquilano che ha gestito per decenni il livello politico e il livello amministrativo, con le stesse facce di oggi, la governance dei trasporti e di altre importanti funzioni regionali, di convocare un consiglio comunale ad hoc sulla questione.

Lo si deve ai tanti amministratori di piccoli e medi comuni del centrosinistra, che bene operano, riconfermati nelle amministrative e che dimostrano che c’è ancora vita a sinistra, c’è ancora spazio per un rilancio regionale da operare sezione per sezione, invitando tutti quei rappresentanti della società civile che se ne sono allontanati a tornare alla politica attiva, non prima di aver superato un modo di fare che non appartiene alla cultura del PD e che proprio per questo lo ha portato al minimo storico del consenso.

Stefano Palumbo


Una nuova consapevolezza

C’ero perché era giusto esserci, perché chi fa politica ha il dovere di appoggiare, sempre, le ragioni del territorio. C’ero con tutti quelli che in maniera giusta o sbagliata ci mettono la faccia; c’ero, a differenza di quanti sono rimasti a guardare con diffidenza sospetta verso tutto e a prescindere, perché convinto che con i giusti distinguo, tra chi ha aumentato a dismisura il proprio fatturato nel post sisma e chi invece ha avuto danni reali, sul campo della restituzione delle tasse si possa condurre una battaglia di giustizia.

C’ero, però, con lo spirito critico di chi non accetta che si tiri in ballo strumentalmente la favoletta dell’Europa matrigna (sulle cui politiche, per carità, ci sarebbe in generale molto da dire) usata ogni qualvolta che la politica nostrana deve nascondere le proprie responsabilità sul rispetto di regole comuni concordate dallo Stato Italiano in sede Europea. Circa 1,7 miliardi di euro di multe per le quote latte non pagate per colpa della Lega Nord, che ne ha fatto da sempre strumento di campagna elettorale, sono già costate ai contribuenti italiani 4,5 miliardi di euro; un epilogo simile rischia di verificarsi sulla vicenda degli immobili ecclesiastici adibiti ad attività commerciali per i quali lo stato non ha mai riscosso l’ICI.

Ebbene, sarebbe auspicabile che, per colpa di funzionari e governi distratti, le tasse del post sisma aquilano non seguano la stessa sorte. Non chiediamo condoni, i cittadini aquilani stanno restituendo quanto dovuto, a rate, come previsto dalla legge; il governo italiano deve però tenere aperto con la Commissione Europea il confronto per quelle imprese che hanno avuto un reale danno dal sisma e rivalutare l’applicazione sulla soglia in “de minimis” in funzione del Temporary Framework a 500.000 €, applicato dall’Europa per tutto il 2011. Questo è il punto e su questo si dovrà continuare a lottare appena calato il sipario delle sfilate, cercando, dove sia impossibile un taglio, di avere una restituzione a rate garantita da un fondo nazionale.

Ma, è inutile far finta di niente, quella di ieri non è stata una manifestazione all’altezza di tante altre; gran parte degli aquilani non c’erano perché impossibilitati a partecipare in un orario non proprio comodo ma soprattutto perché non emotivamente coinvolti in una battaglia che non li rappresentava. E la solidarietà che ha visto in questi anni uniti gli aquilani sotto la bandiera neroverde che fine ha fatto? L’unità, la solidarietà, appunto, non si possono invocare a fasi alterne a seconda di chi reclama attenzione e sostegno; a seguito dei licenziamenti della Intecs, lo voglio dire a mo’ di esempio, solo un imprenditore aquilano mi ha cercato per dirmi che era in cerca per la sua azienda di un profilo amministrativo e che avrebbe avuto piacere a riassorbire uno dei lavoratori licenziati; una goccia nel mare, eppure un gesto unico nell’indifferenza generale. Quell’indifferenza in cui rischia di morire la comunità e che la politica ha il compito di rimuovere.

Infine, io ieri c’ero e sono stato contento di esserci sebbene, marciando con il corteo lungo il corso, ho assaporato l’amaro dell’errore, l’amaro di chi si accorge di aver perso qualcosa per strada, anzi qualcuno, anzi molti, quei molti, quelle centinaia di operai (ma che in realtà sono molti di più) che ieri erano in piazza. Fino ad oggi la classe politica tutta, poco si è preoccupata di conoscerli, di parlarci, di raffrontarsi con loro, forse perché molti sono pendolari e non votano qui, forse perché troppo ci si è persi nei convegni delle associazioni di categoria, dove è giusto per carità essere, ma ieri è stata una delle rare occasioni in cui si sono incontrati gli amministratori e le mani callose di coloro che nell’indifferenza di una comunità stanno ricostruendo fattivamente la nostra città. Dove vivono, che fanno, quali sono le loro storie, in quanti si sono stabiliti in città, cosa faranno tra cinque o sei anni, quando questo enorme circo da un miliardo l’anno chiuderà i battenti. Non ci siamo mai fatti, faccio il mea culpa, queste domande e oggi preoccuparsi improvvisamente che centinaia di loro possano perdere il lavoro ha il sapore dell’ipocrisia; ma è ancora più grave la miopia con la quale si trascura il fatto che la ricostruzione si avvia lentamente alla conclusione e la manodopera impegnata nel più grande cantiere d’Europa è destinata a crollare inesorabilmente anno dopo anno. Così, nello stesso silenzio mediatico in cui per 9 lunghi anni hanno lavorato, pian piano gli operai scompariranno dalle vie e dai bar del centro storico che affollano nella pausa pranzo, senza che la città abbia mai fatto i conti con la loro presenza.

Allora, facciamolo oggi che siamo ancora in tempo, diamo almeno un segno reale della riconoscenza che tutti dobbiamo a quanti nella quotidianità lavorano duro per la rinnovata bellezza del nostro ambiente urbano. Facciamolo dedicando loro una “giornata dei ricostruttori” (e non dei costruttori come già tante se ne organizzano), un’occasione di incontro e di confronto tra gli operai (e più in generale gli operatori della ricostruzione) e la comunità aquilana, un motivo per capirsi e conoscersi reciprocamente, per costruire finalmente un legame finora mai nato; ma facciamolo anche plasticamente segnando indelebilmente i loro nomi su un muro della città, affinché nella storia rimanga anche il segno degli ultimi, affinché un nipote, passando di qua tra 60 anni possa dire, “mio nonno lavorò per ricostruire questa città”.

Sarebbe un’occasione per restituire il giusto senso alle cose che accadono in una città in cui, ormai, tutto va avanti come deve andare, secondo un copione, senza più un’anima e una coscienza.

 

Stefano Palumbo


Lettera aperta a biondi

Sindaco, se non fossi stato proprio tu a fissare questo primo step di valutazione in occasione della conferenza stampa tenuta a pochi giorni dal ballottaggio [leggi qui], oggi neanche ne staremo a parlare; l’evidenza dei fatti rispetto ai mirabolanti impegni presi in quella occasione pur testimoniando la disinvoltura con cui hai ricercato il consenso degli elettori con promesse che ben sapevi di non poter mantenere, oggi non rappresenta “il vero problema”.

Cento giorni restano oggettivamente pochi per esprimere un giudizio definitivo sulla qualità e l’efficacia dell’azione amministrativa; sono stati tuttavia sufficienti a far emergere in maniera piuttosto chiara l’impostazione che hai inteso dare al nuovo corso e su questo mi sento in dovere di aprire un confronto serio perché in ballo c’è il destino dell’Aquila e degli aquilani. Ho rimproverato in più di un’occasione all’amministrazione il fatto di aver prodotto finora poco o nulla in termini di atti amministrativi, quelli con cui parla la pubblica amministrazione, quelli che sono gli strumenti con cui si governa una città; ma la cosa che trovo davvero preoccupante è il modo con cui si è cercato in questi mesi di colmare questo vuoto, lasciando che il consiglio comunale divenisse luogo e strumento di propaganda attraverso iniziative e parole d’ordine rivolte al vostro elettorato di riferimento, come se la campagna elettorale non si fosse mai fermata (forse in vista delle imminenti elezioni politiche?).

Ecco, Sindaco, questo per me è un primo serio problema perché rappresenta, evidentemente, un elemento di divisione che annulla di fatto la credibilità di qualsiasi appello all’unità e alla collaborazione; e su questo piano, consentimi, non sono ammesse ambiguità: se si crede veramente nella necessità di una fattiva collaborazione, questa la si ricerca e la si coltiva quotidianamente provando a rimuovere tutti quegli ostacoli che impediscono un dialogo costruttivo, non alimentandoli, come invece hai fatto in diverse circostanze: definire l’opposizione un’armata Brancaleone, disconoscere in ogni occasione quanto di buono fatto dalla precedente amministrazione intestandotene però i meriti, respingere la mia mozione sulla riqualificazione dell’area dell’ex San Salvatore pur condividendone il contenuto, sono segnali inequivocabili che vanno purtroppo nella direzione opposta a quella da te auspicata. E non ci sono alibi che tengano, il sindaco sei tu.

Poi c’è la mancanza di un progetto strategico che, se vogliamo, costituisce un elemento di preoccupazione ancora più grande. L’eccessiva mediocrità del programma di mandato sottoposto all’attenzione del consiglio comunale e la ritrosia dimostrata durante la discussione rispetto ai nostri stimoli, lasciano presagire che la definizione di una pianificazione strategica non sia né una preoccupazione né una priorità della nuova amministrazione. Ma una città in ri-costruzione, come è L’Aquila, ha bisogno come il pane di una strategia di medio-lungo termine attraverso cui comunicare all’esterno e ai propri cittadini su quale visione, quale missione e quali valori si intende ri-costruire. Sono elementi, ti assicuro, decisivi e dirimenti tanto per un ragazzo che terminati gli studi si trova a dover decidere se investire il proprio futuro all’Aquila o altrove, quanto per un’azienda che avendo possibilità di investire cerca il luogo con le condizioni più favorevoli per farlo. Non è forse quello che è successo recentemente per ZTE ed FCA, due colossi dell’economia mondiale, attratti in città dalla presenza della sperimentazione della rete 5G e di adeguate competenze all’interno dell’Università?

Ebbene, nulla succede per caso; “L’Aquila città della conoscenza, della ricerca e dell’innovazione”, ammetterai, è stata una colonna portante della strategia di rilancio che abbiamo messo in campo in questi anni difficilissimi; su quella visione abbiamo costruito il GSSI che oggi ci onora della sua presenza con il contributo fornito alla rivoluzionaria scoperta delle onde gravitazionali, meritevole del prestigioso premio Nobel; con quella ambizione aderiamo alla Strategia nazionale di Specializzazione Intelligente in ambito Space Economy o al progetto di ricerca Dark Side sul rilevamento della materia oscura, che rafforzano rispettivamente il ruolo in città del comparto aerospaziale e dei laboratori di Fisica Nucleare del Gran Sasso. Ti dirò di più, sarebbe bello che proprio attorno a questa visione ambiziosa la comunità aquilana ritrovasse quell’identità disgregata dalle conseguenze del terremoto e che, tutti insieme, nonostante le mille difficoltà ancora presenti, dovremmo provare a ricucire.

Vengo quindi all’ultima considerazione che ritengo però cruciale: l’identità si costruisce attorno a valori solidi. Non si può pensare di fondare un percorso così lungo e complesso, ma necessario, rispondendo al sentimento di una sola parte politica, e se posso dare un contributo in questo senso, penso che il lavoro da fare dovrebbe ispirarsi ai seguenti valori:

• SOLIDARIETA’: l’esperienza che abbiamo vissuto sulla nostra pelle dovrebbe condurci in modo naturale a considerare la solidarietà un elemento fondante, quella solidarietà che in tante forme abbiamo ricevuto da tutto il mondo e che al mondo dovremmo sentire il bisogno di restituire, con i pochi mezzi di cui disponiamo ma con tutta la generosità del nostro cuore. Una solidarietà che va intesa anche come sostegno alle fasce sociali più fragili, alle quali in questi anni mai abbiamo fatto mancare la vicinanza istituzionale che oggi, con gli strumenti del Piano Sociale recentemente approvato in consiglio, possiamo ulteriormente rafforzare.

• FIDUCIA: quella che in molti, per mille motivi e per condizioni oggettive, hanno perso, e che con azioni concrete dovremmo riconquistare; nei confronti dei ragazzi ai quali va assicurata la certezza di frequentare scuole sicure e funzionali, dei giovani a cui va garantita una prospettiva reale in questa città o delle tante persone in cerca di un lavoro che non possono essere abbandonate al proprio destino . La fiducia andrebbe usata però anche come risposta alla paura che invece, in varie forme e contro nemici ogni volta diversi, per puro consenso, troppo spesso alcuni politici alimentano.

• PARTECIPAZIONE: una scelta politica intrapresa dalla precedente amministrazione e che ti consiglio di portare avanti, consapevolmente all’esigenza di un coinvolgimento attivo e di condivisione delle scelte con i cittadini e con i territori, come strumento di coesione sociale e di democrazia. I Consigli Territoriali di Partecipazione, l’Urban Center, la Consulta Giovanile, il bilancio partecipativo e diversi laboratori di architettura partecipata sono strumenti sperimentati dalla giunta Cialente e che oggi mi auguro tu voglia perfezionare e consolidare. L’Aquila, grazie ad una visione di governo e alle conseguenti politiche messe in campo è diventata un laboratorio politico e culturale nazionale, ospitando non a caso da due anni il Festival nazionale della Partecipazione.

• AMBIZIONE: di essere prima, come nel caso della sperimentazione 5G che pone L’Aquila tra le prime città in Europa a cimentarsi su un’evoluzione tecnologica che rivoluzionerà il sistema dei servizi in tutto il mondo; ma anche più semplicemente attraverso l’aspirazione di diventare una vera smart city, finalmente una meta turistica da ammirare in tutto il suo splendore, capofila delle politiche di rilancio delle aree interne dell’appennino di cui tanto c’è bisogno.

Concludo davvero. In questi anni tanto è stato seminato e sarà la tua amministrazione a raccoglierne i frutti; non sono certo mancati errori e forse anche questo ha contribuito alla tua vittoria. Sono consapevole che sono tanti gli aspetti da mettere a punto e migliorare, ma adesso sei tu al governo e quello che vorrei sapere da te è se hai nel cassetto un progetto alternativo migliore di quello impostato in questi anni. Te lo chiedo perché è giusto che la città, dopo 100 giorni, conosca l’orizzonte che si intende seguire. E se, come mi auguro, ritieni di proseguire sulla strada che ho indicato, dirlo apertamente sarebbe, finalmente, un gesto di grande onestà intellettuale, dote che il sindaco di una città capoluogo di regione dovrebbe sentire il bisogno di dimostrare, se non a me sicuramente ai suoi concittadini.

 

Stefano Palumbo


scacchi

Partiamo per chiarezza dal sistema elettorale: la riforma Delrio del 2015, ha trasformato le province in enti di secondo livello; di conseguenza i consigli provinciali vengono eletti da rappresentanti dei cittadini, ovvero i sindaci e i consiglieri comunali, ad ognuno dei quali è attribuito un voto ponderato in proporzione al numero di abitanti del comune che amministra. Ogni rappresentante, dunque, dovrebbe sentire su di se la responsabilità di rappresentare al meglio l’interesse della propria comunità attraverso la delega che la legge assegna loro.

Gli effetti di questa pessima riforma sono invece l’affermazione della peggiore politica fatta di miseri accordi e spregiudicati trasversalismi, tutti insieme e tutti contro, oltre quei confini valoriali ormai persi, pur di poter, ognuno, strappare il proprio tornaconto personale.

Il mio invito, esplicitato nelle varie riunioni dell’assemblea provinciale, è stato invece da subito quello di dare un senso a queste elezioni attraverso l’assunzione di una posizione chiara, netta, fuori da queste logiche e rispettosa della comunità politica di centrosinistra, in rappresentanza della quale saremo chiamati ad esprimere il nostro voto. Avendo perso il governo delle principali città della provincia non c’era alcuna possibilità, numeri alla mano, di imporre (a meno di accordi trasversali) un presidente espressione della nostra area politica, da cui la decisione condivisa da tutti di non esprimere una candidatura per la carica di presidente ma di concentrarci solo sulla elezione dei consiglieri; non una debolezza quindi, ma una scelta di campo, consapevole e coerente, ahimè, con l’attuale quadro politico provinciale. Spettava al centrodestra, invece, in virtù dell’affermazione nei comuni di Avezzano e soprattutto dell’Aquila nelle recenti elezioni amministrative, assumere la responsabilità di governo della Provincia attraverso un proprio presidente.

All’esito della presentazione ufficiale delle candidature, noi ne usciamo a testa alta, con una lista di 10 candidati consiglieri rappresentanti di tutto il territorio provinciale tra cui un candidato espressione del consiglio comunale della città capoluogo di provincia; il centrodestra aquilano, invece, partito con la giusta ambizione di esprimere un proprio presidente (individuato prima nella persona di Paolo Federico sindaco di Navelli, poi del neo eletto sindaco aquilano Biondi, per soccombere al cospetto del sindaco di Trasacco), ne esce dilaniato da un conflitto interno che ha sgretolato via via le aspettative iniziali, chiudendo indecorosamente, all’ultimo minuto, con la rinuncia sia alla candidatura del presidente e della lista pronta a suo sostegno (ripiegando sul candidato di altri) sia a quella di un candidato consigliere aquilano (pur avendo, con i 21 voti ponderati a disposizione dell’attuale maggioranza comunale, la possibilità e l’obbligo morale di eleggere ben 2 consiglieri provinciali).

E’ una vergogna, prima ancora che un peccato, soprattutto se si pensa al ruolo che la Provincia svolge in termini di competenze su temi fondamentali per le sorti della nostra città, come l’edilizia scolastica e l’urbanistica; argomenti strumentalmente cavalcati dal centrodestra in campagna elettorale (“a Settembre si rientra in scuole sicure e senza doppi turni” hanno promesso) e su cui oggi sarebbe stato utile avere strumenti e ruoli amministrativi per costruire quelle soluzioni tanto sbandierate. A tal riguardo le dichiarazioni di Liris e Biondi rappresentano un maldestro tentativo di scrollarsi di dosso le responsabilità di questa debacle e di crearsi alibi rispetto alle difficoltà che già sanno di incontrare rispetto alle aspettative che hanno generato.

E’ ancora più grave, poi, se si pensa che a lasciare L’Aquila a bocca asciutta sono stati proprio coloro che fino a due settimane fa usavano il tema dell’isolamento politico come la peggiore delle colpe di cui la precedente amministrazione (secondo loro) si sarebbe macchiata.

Alla prima prova del nove il centrodestra mostra tutta la sua inconsistenza e questo, purtroppo, è un problema per tutta la città. Se queste sono le premesse c’è solo da preoccuparsi.

 

Stefano Palumbo


Responsabilità

Per responsabilità sociale intendo quella responsabilità extra contrattuale, quella extra mandato, quella extra istituzionale, quella che si percepisce in modo impalpabile e che determina la percezione di un amministratore pubblico verso i suoi concittadini: quella responsabilità etica che attiene all’onestà intellettuale, alla correttezza dei comportamenti ed alla capacità di anteporre il bene comune ai piccoli e diffusi interessi privati.

 

E’ questa particolare sensazione di essere responsabili verso la comunità che, se presente nell’animo dell’amministratore pubblico, diventa linea guida di comportamento quotidiano.

 

Vi parlo di quella responsabilità che va bene oltre le leggi. Il grande insegnamento che ci viene dato da esperienza con quelle di Cittadinanza Attiva o di Medici Senza Frontiere, ci fanno capire come i cittadini posso operare per il bene comune senza che la legge lo imponga: serve fare e si fa, nell’interesse della comunità. A partire dalle piccole cose. Non serve una legge per fare correttamente le raccolta differenziata o per pulire un parco pubblico per aiutare persone bisognose. Lo stesso insegnamento di Falcone, Borsellino e tanti altri semplici cittadini che di mostrano ogni giorno di credere nella possibilità di fare le cose per bene nell’interesse di tutti.

 

Se i cittadini proattivi risolvono molto, anche gli amministratori devono prendersi carico di responsabilità che vadano oltre il loro mandato.

 

Sappiamo quante sono le Associazioni culturali che lavorano senza alcuna retribuzione e svolgono un lavoro fantastico senza alcun sostegno pubblico, con un forte riconoscimento da parte dei cittadini e senza alcun riconoscimento delle Istituzioni; queste Associazioni stanno mantenendo viva la socialità a L’Aquila, la socialità necessaria a mantenere in vita identità, legami, amicizie. Si tratta di quella sensazione di comunità che non deve disgregarsi.

 

Stiamo vivendo il periodo in cui si deve andare oltre, oltre le regole (non per infrangerle ma) per fare meglio di ciò che ci viene imposto, oltre il mandato per fare meglio di ciò che ci viene delegato.

 

Il Codice Civile con l’art. 2043 c.c. (responsabilità extra contrattuale) parla dei danni che la Pubblica Amministrazione può arrecare a terzi con cui entra in contatto nell’esercizio di funzioni pubbliche. E’ regolata dall’art. 28 della Costituzione che stabilisce che i funzionari e dipendenti dello Stato e degli enti pubblici sono direttamente corresponsabili di danni arrecati a terzi.

 
Bisogna andare oltre, oltre alla responsabilità civile secondo Codice: significa assumersi un altro tipo di responsabilità: etica, immateriale, impalpabile. La “responsabilità sociale”. E non è solo quella delle imprese, di quelle imprese che rispettano l’ambiente oltre il necessario obbligatorio, che sostengono l’economia dei territori su cui lavorano oltre il loro dovere contrattuale. E’ di tutti i cittadini e deve essere anche degli amministratori pubblici.

 

Esiste quindi, secondo il Codice Civile, la responsabilità per danno procurato a causa di errori per aver fatto male qualcosa ma non esiste alcuna responsabilità per “non” aver fatto, non esiste la responsabilità per la mancata operatività o per l’inefficacia delle azioni svolte: è in questo vuoto che si inseriscono i cittadini, i cittadini resilienti proattivi, quelli che si rendono conto delle esigenze diffuse e non chiedono ma fanno. Basti solo l’esempio dei fondi comunitari inutilizzati.

 

Ora molti definiscono questa responsabilità semplicemente come effetto della comunicazione e, non essendo d’accordo, ho bisogno di chiarire un aspetto che ritengo determinante: l’azione dell’esperto di comunicazione, o dell’amministratore consapevole, consiste nel determinare quali azioni siano rilevanti in termini di comunicazione, quali azioni siano determinanti per orientare i comportamenti individuali e collettivi; non consiste, come spesso si crede, nel solo interagire con gli organi di stampa per diffondere le opinioni di chi comanda. (Professione Comunicatore – F. Spantigati 1993)

 

La responsabilità sociale è quindi quella dei comportamenti, è quella che si evince quando la comunicazione è coerente con i comportamenti: indichiamo ciò che facciamo e facciamo ciò che abbiamo detto, che si tratti di un programma di mandato o di un appuntamento o di un impegno preso in campagna elettorale. E’ la concretezza del rapporto che denota quel senso etico di responsabilità sociale. La comunicazione non deve servire a nascondere oppure ad enfatizzare caratteristiche improbabili ma deve servire ad attivare una relazione biunivoca che parta da un processo di ascolto e termini con il risultato raggiunto della soddisfazione dei cittadini a seguito di azioni svolte in attuazione dell’ascolto. Dare ascolto alle esigenze significa che poi bisogna fare bene, significa attuare la partecipazione. E non ho scritto semplicemente fare. Non è sufficiente fare.

 

La differenza determinante tra i candidati, tra i governanti e tra le persone e gli amici è questa: la consapevolezza di essere come si appare, la consapevolezza di dover essere coerenti con ciò che si dice, la consapevolezza del dover fare bene.

 

La progressiva perdita della consapevolezza del bene pubblico nel nostro Paese richiede certo un grande rigore giuridico ma non solo: dovremmo sentirci pienamente cittadini di questo paese con un grande senso di responsabilità sociale, unito ad un comportamento etico e coerente.
Con il termine comportamento mi riferisco a ciò che fanno tutti coloro i quali mettono in atto azioni meritevoli senza bisogno di leggi, senza bisogno di essere pagati, senza avere la necessità di farsi conoscere e di farlo sapere. E’ l’antitesi della politica spettacolarizzata di oggi, sono i cittadini attivi e solidali consci del loro ruolo sociale di partecipanti alle sorti di una collettività. Essere “di” una città o “di” una nazione presuppone un forte legame di reciprocità, significa essere proprietà “di” una collettività che esige.

 
E’ la differenza tra immagine e comportamento, tra il dire a tutti i costi pur di apparire ed il fare bene nell’interesse della collettività. E non ho scritto semplicemente fare. Non è sufficiente fare. Essere “di” un territorio non significa esserci nato, significa essere di proprietà di quel territorio: l’amministratore responsabile si sente “di” proprietà del Comune che lo ha eletto e si mette al servizio dei suoi proprietari, di chi lo ha eletto, rispondendo alle esigenze diffuse e migliorando la qualità della vita diffusa.

 
Leggiamo dal sito di Cittadinanza Attiva:
“ … l’articolo 118 della Costituzione riconosce l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale …. sulla base del principio di sussidiarietà…. “perché non accada ad altri”: il nostro ruolo è ……. agire per prevenire …. favorire il cambiamento della realtà, dei comportamenti … Siamo convinti che “fare i cittadini sia il modo migliore di esserlo”, cioè che l’azione dei cittadini consapevoli dei propri poteri e delle proprie responsabilità sia un modo per far crescere la nostra democrazia, tutelare i diritti e promuovere la cura quotidiana dei beni comuni.”

 
I cittadini per tutelare i beni comuni ed essere resilienti, ma anche proattivi, non hanno bisogno di leggi, fanno e basta. Fanno bene nell’interesse della collettività. E non ho scritto semplicemente fare. Non è sufficiente fare. Abbiamo bisogno della capacità di passare dalle idee ai fatti, di sviluppare quella rara capacità di fare bene nell’interesse comune; servono amministratori responsabili capaci di assumersi la responsabilità di andare oltre ogni normale aspettativa.

 

Paolo Tella, manager