Memoria e monito per il futuro

Casa dello studente

Lo storico Francese Pierre Nora, esperto dell’identità e della memoria del paese transalpino, è stato forse il primo contemporaneo a dare una definizione di luogo della memoria: “d’ordine materiale o ideale, che la volontà degli uomini o il lavorio del tempo ha reso un elemento simbolico di una qualche comunità e che ha come scopo fornire al visitatore, al passante, il quadro autentico e concreto di un fatto storico”.

Bene lo sanno gli americani, che per creare un’identità di popolo hanno costruito una capitale piena di memoriali: Washington; bene lo sappiamo noi italiani, che ospitiamo la memoria dei tempi passati in ogni città e in ogni borgo. L’Aquila, data la sua storia di sofferenze e continue rinascite, è luogo ideale dei luoghi della memoria, ogni angolo delle sue mura, così fragili, ne rappresenta uno.

È per questo motivo, per lasciare un simbolo tangibile di quello che è accaduto il sei aprile 2009, non ai contemporanei, che ben ne serbano il ricordo, ma alle generazioni future, che insieme alla passata giunta ho lavorato affinché la ex casa dello studente, luogo simbolo per eccellenza del nostro terremoto, non venisse ricostruita in quel luogo, ma ospitasse uno spazio da definire, scelto dagli studenti universitari, scelto dalle famiglie di coloro che vi hanno perso la vita troppo presto.

In questi giorni è iniziata la demolizione di quelle pareti appese al nulla che quotidianamente ci ricordano la tragedia del sei aprile, la loro rimozione, che è stato uno dei miei primi atti da assessore, segna la fine di un periodo importate e spero possa indicare un punto di uscita da momenti difficili, verso un futuro più facile per gli abitanti di questa città.

A coloro che si troveranno a decidere cosa realizzare nel cratere che lascerà il vecchio immobile, chiedo di essere fedeli all’idea che ci ha guidato nel percorso di acquisizione dello spazio al patrimonio comunale e della contestuale concessione alla ADSU di casale Marinangeli, chiedo di pensare ad una città futura in cui torni a regnare armonia e gioia di vivere e che conservi in quell’angolo quotidiano uno spazio, non triste, ma di riflessione e memoria serena.

 

Stefano Palumbo


Il Giardino dei Sogni

Urbino-testata

«Si hortum in biblioteca habes, deerit nihil»
Marco Tullio Cicerone

Allo stato dell’arte, dal punto di vista della forma e del ruolo della città, mi sembra che L’Aquila non possa fare a meno di affrontare cinque grandi questioni, da cui già oggi dipende, e dipenderà, la qualità della vita dei suoi abitanti e la sua stessa capacità attrattiva/educativa/inclusiva, oltre la ricostruzione. Ultima della lista: la sicurezza. Evidentemente non per ordine di importanza ma per ri-abituarci a pensare L’Aquila come giardino in cui coltivare sogni piuttosto che, ossessivamente, come luogo dell’incidente da cui salvarsi la vita.

 

RUOLO DI AREA VASTA

Cosa – centro più rappresentativo del bacino naturalistico, culturale e di ricerca posto in senso alla Y formata, in direzione est-ovest, da A24 ed A25, imponendosi in tal modo anche quale fulcro dell’Appennino Parco d’Europa.

Come – territorio aquilano come “playground of Rome”, con l’attivazione di processi tendenti all’integrazione nella stessa regione romana, sfruttando il traino di visibilità della capitale e fornendo un ventaglio completo di offerta per tutte le stagioni, rispetto alla sempre più variegata domanda turistica e della conoscenza.

Perché – da quando le dinamiche macro-territoriali si sono aperte e ribaltate, privilegiando le fasce costiere e gli attraversamenti vallivi, L’Aquila è entrata in una crisi di ruolo da cui è riuscita a difendersi nei ultimi decenni solo grazie al mantenimento tenace della vocazione direzionale e alla capacità di coltivare alcune eccellenze, a cui si è venuta ad aggiungere e sovrapporre la ricostruzione della stessa città. Serve definire al più presto una attrattività nuova.

Esempi – il sistema territoriale olandese – Randstad Holland – si regge proprio su questa complementarietà tra anello insediato ed area naturale in esso contenuta.

 

NUOVE CENTRALITA’ URBANE

Cosa – nell’ambito di un aggiornamento delle circoscrizioni e di razionalizzazione dei servizi nelle frazioni, prevedere la localizzazione strategica di stazioni intermodali (luoghi di scambi tra diversi sistemi di mobilità) come nuove “piazze” urbane e territoriali (es. piazzale della stazione; rotatorie dell’ospedale, del cimitero, di Bazzano; ecc.) che fungano anche da sistema di liberazione del centro storico dal grosso del traffico automobilistico.

Come – edifici che per forma e materiali sappiano tenere insieme diverse infrastrutture della mobilità e servizi producendo, al tempo stesso, luoghi inediti di naturalità.

Perché – la mobilità è disorganica ed incapace di gestire, di per se, le interferenze tra le diverse infrastrutture, gli spazi interstiziali, così come anche le opportunità che scaturiscono naturalmente dai luoghi dell’attraversamento (e sono anche i luoghi più vivi delle città
contemporanee).

Esempi – la nuova stazione di Piazza Garibaldi a Napoli, in chiave verde e fatte le dovute proporzioni.

QUALITA’ DELLO SPAZIO

Cosa – qualità dei materiali e delle forme; spazi sicuri per i pedoni; ombreggiamento e protezione dalla pioggia; integrazione con la natura.

Come – non asfaltando a raso tutto ma neppure scimmiottando materiali e forme del centro storico, bensì utilizzando i materiali della città contemporanea con maggiore attenzione e cura grazie al progetto, mettendo in opera gli elementi della natura (il viale ed il parcheggio alberato, le siepi divisorie, le scarpate erbose, ecc.), dando delle priorità che scaturiscano da un metodo di scelta non corruttibile, avviando programmi di incentivazione dello spazio “tra” gli edifici ricostruiti.

Perché – l’espansione delle periferie, prima, e l’esplosione insediata post-terremoto, poi, hanno generato una tale quantità di spazi da renderli desolati ed inospitali.

Esempi – regolamenti urbani consultabili online come lo Streetscape Improvements del Department of City Planning della città di New York.

 

CONTAMINAZIONI CON IL CONTEMPORANEO

Cosa – architettura ed arte contemporanea capaci di inserirsi nel contesto urbano preesistente, valorizzandolo.

Come – promozione di eventi annuali sull’architettura e l’arte contemporanea; incentivazione e ricorso sistematico ai concorsi di architettura; commissione edilizia composta da personalità di alto ed indiscusso profilo.

Perché – il forte condizionamento dell’ambiente costruito storico ed alcuni infelici interventi più o meno recenti in centro storico, hanno reso molti aquilani allergici all’architettura (e talvolta anche all’arte urbana) contemporanea. Anche per questo l’intervento del nuovo, in città, viene spesso banalizzato o ridotto al vernacolare. L’architettura e l’arte contemporanea, oltre che educare ad un “bello attualizzato”, devono interrogare e far discutere riguardo la contemporaneità e riguardo il mondo.

Esempi – gli innesti architettonici contemporanei nei pressi o all’interno del centro storico di Urbino e il Museo all’Aperto di Cosenza.

Facoltà di Magistero, Urbino - arch. Giancarlo De Carlo

Facoltà di Magistero, Urbino – arch. Giancarlo De Carlo

SICUREZZA REALE E PERCEPITA

Cosa – garantire standard alti di sicurezza antisismica per gli edifici pubblici; informare ed esercitare la popolazione riguardo gli eventi sismici al fine di poter definire a giusto titolo L’Aquila quale “città sismica più sicura d’Italia”.

Come – tutte le scuole ad indice di vulnerabilità 1; fascicolo del fabbricato con classificazione di risposta sismica; affissione della classe sismica dell’edificio all’ingresso di ogni edificio pubblico e privato della città; diradamento del tessuto del centro storico (es. demolizione scuola De Amicis) per garantire luoghi sicuri ampi ed a breve distanza; stati generali delle costruzioni in zone sismiche.

Perché – gli ultimi eventi sismici hanno dimostrato come ci sia ancora molto da fare affinché la popolazione possa sentirsi ragionevolmente sicura rispetto agli eventi sismici, in parte per delle reali carenze degli edifici ed in parte per impreparazione o traumi psicologici.

Esempi – standard e procedure adottati in Giappone da calarsi nella realtà edilizia e nelle abitudini italiane.

 

A margine due azioni trasversali: cogliere ogni occasione utile per piantare alberi e per attrarre e trattenere i giovani, visto anche il sovrabbondante patrimonio abitativo.

 

Marco Morante, Architetto


Un Patto Sociale per L’Aquila

Patto per l'aquila palumbo

La ricostruzione fisica dei nostri palazzi sull’asse centrale del Centro Storico è in fase avanzata, è partita finalmente anche la ricostruzione delle frazioni, mentre si può considerare ultimata quella della periferia; avremo una città con la maggiore sicurezza sismica di tutta Italia ed in cui si consumerà meno energia pro-capite di ogni altra città, abbiamo in corso i lavori per i sottoservizi tra i più avanzati d’Europa ed il nostro patrimonio architettonico ed artistico sta per essere recuperato e reso fruibile alla collettività più bello di prima.

Ma non è sufficiente, la ricostruzione fisica e tecnologica non serve se la città non vive, non produce economia e cultura, se non è foriera di buoni rapporti sociali e se non garantisce qualità della vita ai cittadini. La realtà, fotografata attraverso la crudezza dei numeri, parla di un allarmante disagio sociale fatto di 5.000 nuovi poveri, di ammortizzatori sociali superiori alla media nazionale e regionale, di una disoccupazione giovanile alle stelle causa di una pericolosa diaspora.

Senza distogliere l’attenzione dall’ancora lungo e complicato processo di recupero del patrimonio immobiliare, è giunto allora il momento, non rimandabile, di dare una svolta alla ricostruzione del tessuto sociale. Siamo tutti d’accordo sul fatto che il futuro della nostra città sia legato al recupero di quella attrattività in senso lato in grado di far aumentare i residenti, di favorire gli investimenti, di incrementare il numero di studenti, commercianti, imprese ed investitori, ma anche di associazioni che fanno cultura e spettacoli. Sono obiettivi, però, raggiungibili solo da una comunità coesa, solidale e produttiva, da una società capace di crescere, generare lavoro, dignità e diritti.

Ma il problema, come sempre, non è l’enunciazione dei principi quanto la soluzione concreta di essi.

Come fare allora? Come ricreare quel senso di comunità identitario e forte che è stato minato dalla dispersione demografica degli ultimi anni ma anche da tutti gli attacchi denigranti che la nostra collettività ha subito? Innanzitutto attraverso il coinvolgimento degli attori sociali, dei portatori di interessi economici, dei formatori di cultura e di conoscenza, di tutti i decisori che possano orientare le politiche pubbliche di sostegno; certamente puntando su meccanismi di partecipazione attraverso cui mettere a sistema le tante forze sociali presenti in città e raccoglierle intorno ad una idea condivisa di comunità, intorno ad un progetto comune attraverso cui ridefinire il nostro tessuto di relazioni, riscoprire la nostra identità, la nostra cultura e rilanciare la nostra economia; necessariamente assegnando al Comune dell’Aquila (dal 2009 perno di ogni processo, responsabile di tutto nel bene e nel male, ma anche artefice di una storia piena di battaglie combattute e vinte sempre nell’interesse della nostra città) il compito di svolgere la funzione trainante e propositiva di attivatore di sinergie, di garante istituzionale e di promotore.

Occorre favorire una nuova cultura della sinergia e della collaborazione, bisogna acquisire definitivamente la consapevolezza che l’economia non regge su un territorio socialmente disgregato, e che un territorio socialmente disgregato non produrrà mai reddito, economia e pace sociale, fattori indissolubilmente legati al benessere ed alla qualità della vita. Così come gli attori che vorranno far parte di questo percorso dovranno sentirsi legati da un “PATTO SOCIALE”, un patto attraverso cui si potranno riconoscere e rispettare i ruoli reciproci, si potranno coordinare le iniziative e si potranno massimizzare gli interventi senza sovrapporli, un patto tramite cui tutti possano sentirsi artefici e responsabili delle sorti della nostra città.

 

Stefano Palumbo