Una nuova consapevolezza

C’ero perché era giusto esserci, perché chi fa politica ha il dovere di appoggiare, sempre, le ragioni del territorio. C’ero con tutti quelli che in maniera giusta o sbagliata ci mettono la faccia; c’ero, a differenza di quanti sono rimasti a guardare con diffidenza sospetta verso tutto e a prescindere, perché convinto che con i giusti distinguo, tra chi ha aumentato a dismisura il proprio fatturato nel post sisma e chi invece ha avuto danni reali, sul campo della restituzione delle tasse si possa condurre una battaglia di giustizia.

C’ero, però, con lo spirito critico di chi non accetta che si tiri in ballo strumentalmente la favoletta dell’Europa matrigna (sulle cui politiche, per carità, ci sarebbe in generale molto da dire) usata ogni qualvolta che la politica nostrana deve nascondere le proprie responsabilità sul rispetto di regole comuni concordate dallo Stato Italiano in sede Europea. Circa 1,7 miliardi di euro di multe per le quote latte non pagate per colpa della Lega Nord, che ne ha fatto da sempre strumento di campagna elettorale, sono già costate ai contribuenti italiani 4,5 miliardi di euro; un epilogo simile rischia di verificarsi sulla vicenda degli immobili ecclesiastici adibiti ad attività commerciali per i quali lo stato non ha mai riscosso l’ICI.

Ebbene, sarebbe auspicabile che, per colpa di funzionari e governi distratti, le tasse del post sisma aquilano non seguano la stessa sorte. Non chiediamo condoni, i cittadini aquilani stanno restituendo quanto dovuto, a rate, come previsto dalla legge; il governo italiano deve però tenere aperto con la Commissione Europea il confronto per quelle imprese che hanno avuto un reale danno dal sisma e rivalutare l’applicazione sulla soglia in “de minimis” in funzione del Temporary Framework a 500.000 €, applicato dall’Europa per tutto il 2011. Questo è il punto e su questo si dovrà continuare a lottare appena calato il sipario delle sfilate, cercando, dove sia impossibile un taglio, di avere una restituzione a rate garantita da un fondo nazionale.

Ma, è inutile far finta di niente, quella di ieri non è stata una manifestazione all’altezza di tante altre; gran parte degli aquilani non c’erano perché impossibilitati a partecipare in un orario non proprio comodo ma soprattutto perché non emotivamente coinvolti in una battaglia che non li rappresentava. E la solidarietà che ha visto in questi anni uniti gli aquilani sotto la bandiera neroverde che fine ha fatto? L’unità, la solidarietà, appunto, non si possono invocare a fasi alterne a seconda di chi reclama attenzione e sostegno; a seguito dei licenziamenti della Intecs, lo voglio dire a mo’ di esempio, solo un imprenditore aquilano mi ha cercato per dirmi che era in cerca per la sua azienda di un profilo amministrativo e che avrebbe avuto piacere a riassorbire uno dei lavoratori licenziati; una goccia nel mare, eppure un gesto unico nell’indifferenza generale. Quell’indifferenza in cui rischia di morire la comunità e che la politica ha il compito di rimuovere.

Infine, io ieri c’ero e sono stato contento di esserci sebbene, marciando con il corteo lungo il corso, ho assaporato l’amaro dell’errore, l’amaro di chi si accorge di aver perso qualcosa per strada, anzi qualcuno, anzi molti, quei molti, quelle centinaia di operai (ma che in realtà sono molti di più) che ieri erano in piazza. Fino ad oggi la classe politica tutta, poco si è preoccupata di conoscerli, di parlarci, di raffrontarsi con loro, forse perché molti sono pendolari e non votano qui, forse perché troppo ci si è persi nei convegni delle associazioni di categoria, dove è giusto per carità essere, ma ieri è stata una delle rare occasioni in cui si sono incontrati gli amministratori e le mani callose di coloro che nell’indifferenza di una comunità stanno ricostruendo fattivamente la nostra città. Dove vivono, che fanno, quali sono le loro storie, in quanti si sono stabiliti in città, cosa faranno tra cinque o sei anni, quando questo enorme circo da un miliardo l’anno chiuderà i battenti. Non ci siamo mai fatti, faccio il mea culpa, queste domande e oggi preoccuparsi improvvisamente che centinaia di loro possano perdere il lavoro ha il sapore dell’ipocrisia; ma è ancora più grave la miopia con la quale si trascura il fatto che la ricostruzione si avvia lentamente alla conclusione e la manodopera impegnata nel più grande cantiere d’Europa è destinata a crollare inesorabilmente anno dopo anno. Così, nello stesso silenzio mediatico in cui per 9 lunghi anni hanno lavorato, pian piano gli operai scompariranno dalle vie e dai bar del centro storico che affollano nella pausa pranzo, senza che la città abbia mai fatto i conti con la loro presenza.

Allora, facciamolo oggi che siamo ancora in tempo, diamo almeno un segno reale della riconoscenza che tutti dobbiamo a quanti nella quotidianità lavorano duro per la rinnovata bellezza del nostro ambiente urbano. Facciamolo dedicando loro una “giornata dei ricostruttori” (e non dei costruttori come già tante se ne organizzano), un’occasione di incontro e di confronto tra gli operai (e più in generale gli operatori della ricostruzione) e la comunità aquilana, un motivo per capirsi e conoscersi reciprocamente, per costruire finalmente un legame finora mai nato; ma facciamolo anche plasticamente segnando indelebilmente i loro nomi su un muro della città, affinché nella storia rimanga anche il segno degli ultimi, affinché un nipote, passando di qua tra 60 anni possa dire, “mio nonno lavorò per ricostruire questa città”.

Sarebbe un’occasione per restituire il giusto senso alle cose che accadono in una città in cui, ormai, tutto va avanti come deve andare, secondo un copione, senza più un’anima e una coscienza.

 

Stefano Palumbo