Oltre il festival. Quale futuro per gli eventi culturali in città?

Partecipazione

L’iniziativa “Il festival incontra la città dell’Aquila” del 15 novembre scorso, promossa dalle associazioni organizzatrici del Festival della Partecipazione (ActionAid Italia, Cittadinanzattiva, Slow Food Italia) è servita a renderci consapevoli che questa manifestazione rischia di scomparire, se non definitivamente, certamente dalla nostra città. Importanti centri del nord Italia sono pronti ad offrire ospitalità alle prossime edizioni e relativo contributo.

Dichiarando di essere di parte, ossia sostenitore della continuità del Festival, ritengo che questa vicenda possa e debba essere occasione per una riflessione più ampia sul ruolo che eventi di questo genere hanno nella strategia di sviluppo di una città, la nostra città, all’interno di un quadro di politiche urbane.

Di seguito un mio contributo alla discussione già aperta da settimane e che avrà un momento di confronto in occasione dell’incontro pubblico convocato il 7 dicembre per discutere dei risultati raggiunti dal festival e delle iniziative future.

 

“Città degli eventi” o “città con eventi”

In un progetto di ricerca del 2016 del dipartimento di scienze sociali del GSSI, chiamato “L’Aquila del futuro”, i ricercatori si chiedevano se L’Aquila si stesse orientando verso la configurazione di una “città degli eventi” oppure di una “città con eventi”. Nel primo caso, “gli eventi narrano, supportano e in qualche caso perfino direzionano la strategia di sviluppo della città, partecipando a un processo di apprendimento per gli attori locali… la città degli eventi riesce a comunicare la visione urbana dello sviluppo, rendendola un fattore di attrattività e contribuendo a un posizionamento distintivo della città stessa e dei suoi eventi”. Nel caso della città con eventi “l’eventificazione identifica semplicemente una proliferazione di eventi che restano scollegati da una riflessione strategica di lungo periodo… la città rimane un mero contenitore fisico di eventi che stando al di fuori dal quadro delle politiche urbane, hanno impatti esclusivamente temporanei e tendenzialmente mostrano difficoltà di radicamento”.

Dovremmo allora chiederci se e in che misura gli eventi organizzati in città siano coerenti e funzionali alla strategia di sviluppo che si sta portando avanti. In questa prospettiva, è bene ricordare che il tema della partecipazione era sottolineato e posto come raccomandazione da seguire sia nel rapporto stilato dall’OCSE nel 2012 (L’azione delle politiche a seguito di disastri naturali) sia nello studio promosso dal Ministero per la coesione territoriale (“L’Aquila 2030” una strategia di sviluppo economico): molte esperienze internazionali post disastro dimostrano infatti che il coinvolgimento della comunità nelle decisioni sia indispensabile per l’accrescimento della consapevolezza pubblica, ma allo stesso tempo rappresenta anche uno strumento attraverso cui i responsabili politici possano meglio comprendere le dimensioni dei problemi e fornire, di conseguenza, soluzioni adeguate. Altra importante indicazione è che, affinché una strategia di sviluppo economico produca i suoi effetti è necessario che non venga modificata a seguito della naturale alternanza dei cicli amministrativi legati a possibili diversi orientamenti politici. In tal senso, sarebbe dunque opportuno considerare i processi partecipativi non come una politica di parte ma inquadrarli come bene collettivo, tutelato ed alimentato come elemento strategico allergico alle visioni di parte. Il Festival della Partecipazione nasce all’Aquila non casualmente ma come laboratorio per praticare e rafforzare questo indirizzo. Vien da sé che la sua prosecuzione, anche per i prossimi anni, ha senso nella misura in cui si voglia, all’Aquila, fare della partecipazione una pratica quotidiana, migliorando gli strumenti amministrativi, e non solo, di cui il Comune si è già dotato (Consigli Territoriali di Partecipazione, bilancio partecipativo, laboratori di architettura partecipata, Urban Center) e introducendone di nuovi, necessari a favorire la partecipazione di chi oggi non ha possibilità di farlo.

D’altro canto, tra i punti deboli del Festival mi permetto di annoverare la ancora limitata capacità di coniugare appieno la sua dimensione nazionale con l’approfondimento di problematiche locali, attorno alle quali creare quell’empatia con il territorio che altre iniziative hanno saputo invece generare (vedi la notte dei ricercatori); una carenza che lo ha reso agli occhi di alcuni paradossalmente elitario nonostante sia incentrato proprio sul protagonismo dei cittadini.

 

Sostenibilità del Festival della Partecipazione

Il festival deve necessariamente fare i conti con un aspetto più concreto di ogni ragionamento di merito, quello della sua sostenibilità economica, che è esattamente al centro dell‘attrito generatosi tra amministrazione comunale e organizzatori. L’edizione 2018 ha avuto un costo complessivo di 260.000€ di cui 120.000€ (45% del totale) destinati a fornitori, attività commerciali e professionisti locali. Limitatamente all’aspetto dell’impatto economico si può affermare quindi che è stato certamente un buon investimento per il territorio se si pensa che il contributo pubblico a carico delle casse comunali è stato di appena 30.000€ (l’11% del costo totale a fronte di un rendimento per il territorio del 300%). Tale impegno è tuttavia evidentemente insufficiente a garantirne la conferma anche per il prossimo anno.

Nelle prime due edizioni, la destinazione di una quota parte dei fondi legati al Programma Restart per lo “sviluppo delle potenzialità culturali e per l’attrattività turistica del cratere” in favore del Festival avevano consentito un contributo complessivo molto maggiore. Tale intervento, di cui il Comune dell’Aquila è soggetto attuatore, dispone per il quinquennio 2016-2020 di una dotazione economica di 13,2 milioni di euro ed ha l’obiettivo di attivare “una serie di azioni volte a creare convenienze per le istituzioni aquilane e del territorio del cratere a fare rete, aggregando gli operatori del settore, le istituzioni, gli istituti artistici culturali, nel mutato scenario competitivo del settore culturale. Supporta la creazione e la sedimentazione di competenze in campo artistico culturale, sia di tipo tecnico-materiale che immateriali e ne incentiva la diffusione all’interno della filiera culturale locale. Supporta inoltre la valorizzazione e la conoscenza del patrimonio culturale del cratere, nell’idea di pervenire alla costruzione di un’immagine unitaria da promuovere sui mercati turistici più globali, attraverso anche l’organizzazione di eventi sul territorio di portata e risonanza almeno nazionale”.

In particolare, limitatamente ai fondi disponibili per il sostegno a iniziative ed eventi all’interno del territorio del Comune dell’Aquila, l’amministrazione comunale con delibera di Giunta n.256 del 22.06.2018 ha deciso di assegnare i 600.000€ destinati al finanziamento di eventi e iniziative individuati direttamente dal Comune dell’Aquila secondo la seguente ripartizione:

1. Perdonanza Celestiniana, € 160.000,00;
2. Jazz Italiano per L’Aquila, € 80.000,00
3. I Cantieri dell’Immaginario, € 240.000,00
4. Notte dei ricercatori, € 60.000,00
5. Festival della Montagna, € 60.000,00

Al Festival della partecipazione sarebbe lasciata la possibilità di partecipare ad un avviso pubblico attraverso cui verranno assegnate risorse ben più esigue, pari complessivamente a 200.000€.

 

Una visione per il domani

La totale discrezionalità della giunta presta il fianco a numerose obiezioni critiche ed aprirebbe uno spazio di scontro politico che potrebbe risultare sterile se ci si fermasse alle istanze contingenti dell’oggi. È forse più importante ed utile, invece, proiettare la questione del Festival (impossibilitato a continuare la sua esperienza in mancanza di un sostegno economico adeguato da parte del territorio) su tutti gli altri eventi che, a partire dal 2021, non potranno più contare sui fondi Restart legando la loro sopravvivenza solo alla capacità di ognuno di imparare a camminare sulle proprie gambe. In altri termini, il problema che dovremmo porci non è quello di mantenere in vita il Festival (così come il jazz o i cantieri dell’immaginario) fino al 2020, ma come esso (insieme agli altri) possa in questi due anni acquisire la necessaria solidità finanziaria per diventare, come gli organizzatori auspicano, “uno degli appuntamenti più importanti di tutta Italia, un punto di riferimento per parlare di attivismo e partecipazione e costruire le nuove forme della politica con al centro cittadini e cittadine.”

Al momento, di quelli sopra elencati, l’unico evento con una potenziale sostenibilità finanziaria indipendente dai fondi Restart è la “Notte dei ricercatori”, poiché cofinanziato da Università, INFN e GSSI; gli altri rischiano nel migliore dei casi di ridursi drasticamente proporzionalmente alla esclusiva capacità finanziaria delle casse comunali. Analogamente il Festival della Partecipazione è cofinanziato (per le tre edizioni svolte finora complessivamente per circa 600.000€) da Cittadinanza Attiva, Action Aid e Slow Food, tre associazioni nazionali che hanno deciso di investire in città. Logica vorrebbe che l’amministrazione incentivasse prioritariamente chi investe di tasca propria, con l’ottica di generare un effetto moltiplicativo in termini di benefici sul territorio rispetto ai fondi pubblici investiti. Non è questo, evidentemente, l’unico criterio da seguire, tante altre valutazioni si potrebbero aggiungere; resta però la necessità di una pianificazione a lungo termine, un accordo integrato con il Comune e con la comunità locale che possa sostenere economicamente, politicamente e culturalmente queste iniziative, oltre la generosa ma limitata disponibilità dei fondi legati alla gestione post sisma. È necessaria inoltre l’ambizione di credere in una città che possa ospitare eventi che vadano oltre il localismo e ci vedano come referenti, almeno culturali, a livello regionale.

 

Stefano Palumbo

Capogruppo PD in consiglio comunale


Rischiamo di perdere il Festival della Partecipazione

Fdp-2018

Rispetto al rischio di perdere forse il più importante festival nazionale che si tiene all’Aquila in favore di altre città che farebbero carte false per averlo, la città non ha nulla da dire?

Prima le ripetute, false, rassicurazioni fornite agli organizzatori, poi lo sgarbo istituzionale consumato con la sua intenzionale assenza a tutti gli eventi organizzati, infine una nota piccata, pretestuosa e misera di contenuti per sancire definitivamente la sua contrarietà al Festival della Partecipazione. L’atteggiamento ostruzionistico di Biondi sull’organizzazione di questo evento, per quanto incomprensibile possa apparire, è ormai noto.

Ho evitato di far polemica prima, consapevole di quanto sarebbe stato poco opportuno inquinare il clima di una manifestazione di respiro nazionale e non voglio farla oggi con il Sindaco, che chiede, non avendo la capacità di capirlo da solo, quali siano i vantaggi che il Festival della Partecipazione reca al territorio, in risposta oltretutto ad un’associazione che non ha chiesto banalmente solo più soldi, ma un contributo intellettuale da parte dell’Amministrazione.

Sarebbe inutile sottolineare come l’unico evento completamente definanziato della rimodulazione dei fondi Restart sia stato, per precisa scelta, proprio il festival della partecipazione e che solo grazie alla disponibilità dell’assessore Bignotti, a cui va il mio personale ringraziamento, sia stato concesso solo due giorni prima dall’inizio del festival un piccolo contributo da parte del comune.

Non avendo quindi più nulla da dire a questo Sindaco, mi rivolgo alla città e alle istituzioni culturali, ai movimenti civici e non solo quelli di sinistra, anche quelli guidati lodevolmente da persone con una visione politica opposta, che erano presenti al Festival e che hanno animato i tavoli delle discussioni.

Mi rivolgo anche ai tanti intellettuali, di destra e di sinistra e agli 800 candidati alla carica di consigliere comunale, per capire se il loro impegno per la città è ancora attuale o è finito a giugno del 2017.  Rispetto al rischio di perdere forse il più importante festival nazionale che si tiene all’Aquila in favore di altre città che farebbero carte false per averlo, la città non ha nulla da dire? Non è questa forse l’ennesima conferma di come la nostra città stia tornando pericolosamente a chiudersi ogni giorni di più dentro le proprie mura, incapace di dialogare con l’esterno, sempre più isolata dal resto della Regione e del Paese? Cosa pensa al riguardo il nutrito mondo culturale e della conoscenza presente in città? Davvero accetta il principio secondo cui la qualità di un evento e la ricaduta sulla città si possa misurare esclusivamente dal numero di panini con la porchetta venduti?

Il Festival della Partecipazione è un evento nato e concepito per aver luogo nella città dell’Aquila con spirito solidale e coerente con l’idea che un territorio che vuole tornare alla normalità, dopo un evento come quello del 6 aprile 2009, debba farlo aumentando il numero di persone che partecipano, con fare propositivo, alla vita cittadina. La rivendicazione di alcuni diritti, la riappropriazione degli spazi fisici e di democrazia, la capacità di autoderminarsi con consapevolezza rispetto alle sfide del futuro, sono passaggi, per una città in ricostruzione come la nostra, non affatto scontati.

Ecco allora che il contributo che simili eventi offrono alla città, va misurato in termini di un guadagno intellettuale, incommensurabile, che la città ne trae, un guadagno del quale vedremo in futuro gli effetti sulle coscienze delle persone, soprattutto dei giovani, che avranno appreso il senso di queste giornate. Bastava esserci per comprendere la complessità e la profondità dei temi trattati, riguardanti le difficoltà vissute dalle aree interne, le disuguaglianze che frantumano la tenuta sociale del nostro paese, i diritti alla ricostruzione che lo Stato dovrebbe garantire in modo più omogeneo rispetto alle frequenti calamità naturali che colpiscono il Paese; temi affrontati alla ricerca di soluzioni di cui la nostra città dovrebbe essere orgogliosa pioniera, protagonista a livello nazionale di una rivoluzione culturale necessaria.

Per capire i vantaggi che il Festival della Partecipazione reca al territorio bastava esserci. Sarebbe stato opportuno che il Sindaco ci fosse, anzi che ci fosse il politico Biondi a ragionare della sua proposta per le aree interne; ma le elezioni regionali per lui sono sfumate, quindi ogni idea su cui discutere è rimandata a momenti elettorali a lui più utili.

 

Stefano Palumbo


Una Città Migliore: lo Sviluppo

Una Città Migliore lo Sviluppo

Quando soffia il vento del cambiamento, alcuni costruiscono muri, altri mulini a vento”. Credo che il significato di questo antico proverbio vada ricercato nella capacità, più o meno intrinseca o indotta, che un qualsiasi soggetto dispone rispetto agli stimoli di trasformazione che gli vengono sottoposti dall’ambiente esterno. Quel “principio di adattamento” che Darwin poneva alla base della sua teoria sulla selezione naturale e che in un certo qual modo può essere adattato anche ad un organismo complesso come un’intera città. Cambiare per sopravvivere, evolversi per sopravvivere. Questa è la sfida che, in piccolo, anche la nostra città sarà costretta a dover affrontare negli anni prossimi venturi, quando la ricostruzione sarà terminata e ci si troverà, immediatamente e senza appello, di fronte a una dura realtà caratterizzata da un tessuto sociale fortemente disgregato e privo di ogni radicamento economico.

Si può evitare tutto ciò? Io credo di si. In che modo? Trovando il coraggio di rimetterci in discussione, ma facendolo subito e con la massima convinzione.

Partendo, certamente, da chi ha maggiori responsabilità. Chi si impegna in politica ha il dovere di ridefinire i parametri per una migliore gestione della cosa pubblica, ha il dovere di mettere al centro il miglioramento delle condizioni di tutti. L’arricchimento di pochi, come è accaduto in città in questi anni di ricostruzione, con scarsa ricaduta sul territorio anche da parte di chi molto ha avuto, non può essere più una prassi consolidata; c’è bisogno oggi di mettere in campo politiche di ridistribuzione del benessere e delle opportunità.

Occorre dunque ridefinire un “Accordo solidale” tra cittadini, amministratori ed imprese necessario a stabilire una nuova alleanza finalizzata a risollevare le sorti del nostro territorio, un patto in cui ognuno deve fare la sua parte, in cui ognuno si prende carico delle proprie responsabilità: l’Amministrazione per le sue competenze, chi lavora per essa (politici e gente di stato) con lo spirito di servizio necessario ma anche i cittadini con i loro comportamenti. Un accordo fondato su un impegno solidaristico, innanzitutto generazionale: viviamo oggi in un paese e in una città dove una larga parte di persone gode dei giusti risultati del sacrificio, del lavoro e del progresso degli anni passati; un progresso che è stato però possibile ipotecando il futuro dei nostri figli. Oggi occorre restituire ai più giovani il sacrosanto diritto di guardare al futuro con occhi brillanti, dando tutto il sostegno necessario per consentire loro di mettersi in gioco.

La stessa solidarietà si chiede ad una classe politica che molto ha dato alla città ma che ha anche avuto tanto; per cambiare l’attuale paradigma è opportuno che anche molti visi cambino, che tutta una generazione lasci il passo, offrendo aiuto, ma lasciando spazio a una nuova classe dirigente cui spetta il compito di costruire una visione futura di città e di comunità, una visione che tenga conto della cultura del nostro territorio e che ambisca a diventare il perno fondante di una rinascita politica, sociale ed economica.

Sono idee di principio, queste, rivolte a tutti ma soprattutto a coloro che vogliono costruire con le loro forze il proprio futuro, a quelli che si lanciano, che studiano, che lottano e si danno da fare per un futuro migliore. Un accordo solidale tra cittadini, amministratori ed elettori è qualcosa di serio, che non può essere svenduto promettendo meno tasse, meno impegno per tutti e altre amenità irrealizzabili, piuttosto si realizza ricercando il consenso di quei cittadini responsabili disposti a condividere il sogno di una città migliore e mettersi al lavoro per il miglioramento sociale ed economico di tutti.

Sia beninteso però, quelle che faccio sono considerazioni che non attengono ad una questione squisitamente etica o di principio; la coesione sociale è elemento imprescindibile per lo sviluppo locale intendendo per esso quel processo che mette insieme attori diversi, con mission e mandati differenti, ma che hanno uno scopo comune: migliorare il contesto sociale, ambientale ed economico in cui essi operano, vivono, esercitano la propria influenza. Senza quindi un nuovo patto, che abbia alla base la fiducia e non la diffidenza reciproca, la solidarietà e il bene comune piuttosto che gli interessi personali, parlare di comunità locale e conseguentemente di sviluppo diventa difficile.

Solo su questi presupposti sarà possibile rilanciare una pianificazione strategica per la definizione di una città migliore Siamo fermi al rapporto OCSE e al piano di ricostruzione della città, ma come ripetuto più volte, il mondo e la società vanno avanti cambiando con essi le sfide che una città deve affrontare. Tutte le iniziative messe in campo in questi anni sono state ispirate dalla strategia contenuta in quei piani; la nuova amministrazione comunale ha indiscutibilmente la facoltà di rivedere alcune decisioni del passato ma ha il dovere di farlo spiegando la strategia che sottende a quelle scelte rendendo le stesse condivise. Non esiste il “piano del Sindaco” ma il piano della città, del territorio, di cui sono titolari ed artefici i cittadini e le realtà che vi operano. Oggi diventa dunque indispensabile intraprendere un nuovo percorso attraverso cui interrogarsi sul futuro della città, individuare gli strumenti con cui fronteggiare le profonde trasformazioni di ordine economico e sociale in atto in tutto il mondo e che una città in ricostruzione com’è L’Aquila ha la possibilità di tradurre in nuove opportunità. Per fare questo però bisogna tornare a riascoltare la voce della gente e prendere appunti; capita quando si è presi dell’amministrazione quotidiana di non riuscire a farlo, un po’ come con i figli, a cui non si dedica mai troppo tempo di ascolto.

Solo così, attraverso la fiducia reciproca, la solidarietà, l’ascolto e il contributo di tutti sarà possibile cambiare per migliorare; solo così, in un contesto sociale rinato e attraverso una strategia di rilancio condivisa, sarà possibile creare le condizioni favorevoli all’occupazione, alla coesione e all’integrazione sociale. È questa, a mio modestissimo avviso, la via per la costruzione di una città migliore.


Leggi il primo articolo UNA CITTÀ MIGLIORE: IL CAMBIAMENTO

Leggi il secondo articolo UNA CITTA’ MIGLIORE : LA CONSAPEVOLEZZA

 

Stefano Palumbo


Una Città Migliore: la Consapevolezza

Consapevolezza

Ho parlato nella prima parte del cambiamento invocato, promesso e finora disatteso; di come il cambiamento a prescindere non sia necessariamente un bene e di come l’unico cambiamento auspicabile sia quello finalizzato al miglioramento.

Ebbene, una nuova e migliore azione politica è oggi necessaria anche rispetto a quella della precedente amministrazione che, presa da altre cruciali questioni, non è riuscita o non ha avuto la capacità di cogliere alcuni aspetti altrettanto determinanti. Compito di questa consiliatura era dunque quello di colmare queste carenze, portando a conclusione i processi già avviati positivamente e affrontando con determinazione i nodi ancora irrisolti; diventa invece ogni giorno più evidente come si stenti a perseguire sia il primo che il secondo obiettivo, con il rischio di bloccare la città nella pericolosa palude dello status quo vanificando ogni prospettiva reale di cambiamento.

Il primo passo per il miglioramento è infatti la consapevolezza, la presa d’atto della situazione in cui ci troviamo. La conoscenza di questi fattori è la base di partenza per poter indirizzare con chiarezza le azioni future conoscendone l’impatto e l’effetto su tutta l’organizzazione cittadina, una conoscenza senza la quale diventa impossibile orientare, stimolare e sostenere le scelte dei cittadini con l’obiettivo di migliorare l’intera città in ogni suo ambito: lavoro, economia, socialità, servizi pubblici.

Sorvolare invece, come l’attuale amministrazione sta facendo, su questioni senza dubbio complicate ma dirimenti per le sorti della città, alimentando l’illusione collettiva che la soluzione di tutti i problemi sia rappresentata dal completamento della ricostruzione, non fa altro che complicare ulteriormente la situazione. Purtroppo non è così: ci sono effetti dovuti al post sisma che oggi sono ancora latenti, ma che se non affrontati con serietà ed urgenza rischiano di trascinare la città verso un inesorabile declino, vanificando ogni possibile speranza di cambiamento positivo. Su tutte ci sono almeno tre questioni preliminari rispetto a qualsiasi ragionamento di prospettiva:

  1. FINE DELL’ECONOMIA DELLA RICOSTRUZIONE: Quella legata alla ricostruzione è un’economia temporanea. Ci troviamo oggi oltre la metà della strada segnata per il ripristino degli immobili danneggiati dal sisma 2009 e, nel mezzo di questo lungo e faticoso percorso, indicazioni inequivocabili sono quelle che emergono dal bilancio comunale: una previsione di risorse destinate alla ricostruzione pubblica e privata pari a 350 mln per l’anno in corso, che scende a 299 mln nel 2019 e a soli 155 mln nel 2020. Il famoso “tiraggio” da 1 miliardo di euro l’anno è insomma ormai solo un ricordo.

Nell’imminenza, dunque, della fine del grande circo della ricostruzione è fondamentale prendere atto che è mancata, fino ad oggi, soprattutto da parte degli operatori economici, la capacità di mettere a fattor comune le eccezionali competenze maturate in questi anni. È mancata la lungimiranza di fare di questo now-how un brand (vedi filiera del legno-casaclima in Trentino), di costituire consorzi capaci di esportare il saper fare riedificatorio sperimentato nei nostri centri storici, in tutto il nostro fragile Paese sempre soggetto a catastrofi ambientali, con un mercato da ampliare oltre i confini regionali. Come al solito, invece, a prevalere sono state le divisioni e la miopia.

Ora il tempo che ci separa dalla chiusura degli ultimi cantieri deve essere impiegato per costruire in questo ambito un modello di sviluppo migliore facendo leva sull’importante tessuto tecnologico che si sta stabilendo in città, sfruttando ad esempio il 5G che nel settore dell’edilizia, con la sperimentazione del monitoraggio strutturale degli edifici, rappresenta un vantaggio competitivo per L’Aquila unico nel panorama europeo.

  1. GESTIONE DEL PATRIMONIO IMMOBILIARE: Allo stesso modo un’amministrazione consapevole dovrebbe affrontare con la massima determinazione la problematica rappresentata dal surplus abitativo ereditato dal post sisma ed in particolare dal rapporto completamente sbilanciato tra il patrimonio immobiliare privato e quello pubblico, quest’ultimo arrivato a contare oggi tra Progetto CASE, MAP, abitazioni equivalenti ed edilizia popolare, circa 8.000 appartamenti. Se non si interverrà subito con politiche incisive arriveremo ad una svalutazione senza precedenti del nostro patrimonio immobiliare, con il paradosso che un’abitazione arrivi a valere meno della metà rispetto al 2009, nonostante lo Stato abbia stanziato per la riparazione o ricostruzione degli immobili danneggiati contributi superiori al loro valore pre sisma.

E’ indispensabile quindi una strategia complessiva, coraggiosa, fatta di riduzione, demolizione, razionalizzazione, housing sociale e valorizzazione del patrimonio abitativo volta al contempo ad un aumento della popolazione, attraendo giovani coppie in città, facendo si che un patrimonio rinnovato e a prezzi bassi rappresenti, insieme ad una buona qualità della vita e una chiara strategia di sviluppo, una leva di attrazione per chi possa decidere di trasferirsi all’Aquila e costruire qui un progetto di vita.

  1. RILANCIO DEI CENTRI STORICI: Anche la piena rivitalizzazione del centro storico, perché diventi migliore di com’era, non può essere affidata, come sta accadendo, ad un processo spontaneo né demandata alla buona volontà di residenti e commercianti che, abbandonati alla loro sorte, provano ad organizzarsi autonomamente. Occorre invece incanalare queste energie e la forte spinta emotiva di tutta una comunità di riappropriarsi di quegli spazi nella sfida di superare il paradigma del com’era – dov’era, immaginando qualcosa di più ambizioso di una riproduzione il più fedele possibile di quel che era il centro storico nel 2009. Spesso trascuriamo il fatto che in questi 9 anni è cambiata, in tutto il paese, la società e le sue abitudini e questi cambiamenti hanno prodotto in questo lasso di tempo un effetto di desertificazione dei centri storici di tutte le città medie italiane con un crollo della presenza dei negozi tradizionali superiore al 20%. Pensare quindi che la piena ripresa del centro storico sia legata esclusivamente al rientro degli uffici comunali e al commercio al dettaglio è sbagliato; ci vuole di più, ci vuole la capacità di saper leggere i cambiamenti in atto e costruire un progetto che faccia del nostro centro storico un contesto unico. Lo stesso ragionamento va calato sui centri storici delle frazioni destinati diversamente ad essere splendidamente recuperati e gradualmente abbandonati.

Quello che tutti vogliamo è una città migliore; per realizzarla però occorre consapevolezza e una visione chiara del nostro futuro.

Continua…………….


Leggi il primo articolo UNA CITTÀ MIGLIORE: IL CAMBIAMENTO

Leggi il terzo articolo UNA CITTA’ MIGLIORE: LO SVILUPPO

 

Stefano Palumbo


Una Città Migliore: Il Cambiamento

Cambiamento

Abbiamo sempre fatto i conti con il cambiamento; immaginate i nostri nonni, pensate alla loro vita vissuta in campagna, con gli animali come unico mezzo di locomozione, guardateli poi alzare gli occhi al cielo per osservare un aereo che passa, ammirare l’uomo nello spazio, parlare in videoconferenza con i nipoti dall’altra parte del mondo. È stato per decenni un cambiamento accettato poiché legato ad un progresso sociale ed economico.

Quella di oggi è una fase di cambiamento diversa, totale, sempre più veloce; pensate al lavoro, alle abitudini, alla società che ci sposta di continuo i punti di riferimento. Il cambiamento è diventato ormai un valore, negativo per chi vede minate le certezze di una vita condotta finora stabilmente, necessario e auspicabile per tutti quelli costretti dall’attuale sistema a vivere, senza più garanzie, in una condizione di precarietà. Con un particolare non trascurabile: la globalizzazione del capitalismo ha amplificato le disuguaglianze economiche e territoriali, che continuano a crescere senza freno; la ricchezza si accumula nelle mani di pochi e si concentra solo in alcune aree, per lo più nelle grandi città lasciando alle periferie solo briciole; in Italia aumenta la forbice in termini di investimenti, opportunità e servizi tra Sud e Nord, tra aree interne e il resto del paese. Aumenta di conseguenza la fetta di popolazione che subisce gli effetti negativi di questo fenomeno e che manifesta la propria rabbia attraverso un voto di protesta, che non va denigrato bensì studiato con attenzione per comprenderne le radici profonde.

La politica, invece, incapace di governare un fenomeno che sembra inarrestabile ha preferito cavalcarlo, facendo del cambiamento un cavallo di battaglia, esasperando il concetto al punto tale che il “cambiamento a prescindere” ha preso il sopravvento sulla necessità di “cambiare in meglio”; basti pensare ai cinquestelle e alla lega, che hanno acquisito il proprio consenso predicando (in misura diversa) discontinuità rispetto a qualsiasi esperienza del passato e oggi, chiamati alla prova dei fatti nella formazione del “governo del cambiamento”, stanno dimostrando tutte le difficoltà che hanno nel mantenere gli impegni assunti in campagna elettorale. Pensate a quanto, in casa nostra, il cambiamento inteso come rottura (di quali meccanismi poi) abbia incanalato le illusorie aspettative degli elettori aquilani al ballottaggio per le elezioni comunali dello scorso anno.

Ma di fatto dopo un anno cosa è cambiato realmente? Solo qualche settimana fa in consiglio comunale è stato discusso il bilancio di previsione, lo strumento più importante di cui dispone un’amministrazione per tracciare la propria visione ed attuare le proprie politiche. Ebbene, chiunque abbia avuto voglia e modo di leggerlo avrà notato che su quel documento è ancora fortissima l’impronta della giunta precedente, con pochissimi e poco incisivi punti di innovazione introdotti dalla nuova amministrazione. In questi mesi nessun “meccanismo” è stato rotto ma molti, purtroppo i più importanti, si sono inceppati: sul piano di ricostruzione pubblica e in particolare delle scuole nessun passo avanti è stato fatto, men che meno sul PRG il cui lavoro è fermo al punto esatto in cui la precedente amministrazione lo aveva lasciato in eredità all’attuale; per non parlare dell’azione di recupero dei consumi del progetto CASE con l’ultima bollettazione emessa dall’ente comunale nei confronti dei cittadini risalente alla giunta Cialente, con una conseguente situazione debitoria per le casse comunali divenuta ormai drammatica. Rallenta addirittura la ricostruzione privata che, dopo anni di duro lavoro di messa a punto, andava avanti ormai a regime. Sul Gran Sasso poi, si è stabilito un nuovo record quello di aver aperto la stagione sciistica quando le altre stazioni si avviavano ormai alla chiusura.

Siamo insomma all’interpretazione goffa del concetto gattopardiano secondo cui “tutto deve cambiare perché tutto resti come prima”, con processi che invece di andare avanti indietreggiano pericolosamente.

E la richiesta di cambiamento? E’ sempre li, ancora più forte di prima, in attesa di risposte che però non arrivano semplicemente perché non ci sono.

Winston Churchill diceva: “Non sempre cambiare equivale a migliorare, ma per migliorare bisogna cambiare”; e allora cambiamo, ma cambiamo per migliorare, cambiamo guardando ad una città nuova, ad una città migliore.

Continua…………….


Leggi il secondo articolo UNA CITTÀ MIGLIORE: LA CONSAPEVOLEZZA

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Stefano Palumbo


Una via per Rita Levi Montalcini

Una via per Rita Levi Montalcini

È mia intenzione proporre al Comune dell’Aquila l’intitolazione di una via a Rita Levi Montalcini. Penso sia opportuno farlo innanzitutto ritenendo la ricercatrice torinese, scomparsa nel 2012, meritevole di tale riconoscimento secondo una visione universale, per la sua indiscussa attività di scienziata, e poi secondo una visione locale, per il lavoro che indirettamente i suoi studi porteranno nello stabilimento aquilano dove si produrrà l’Oxervate, medicinale in grado di guarire la cheratite neutrofica, una patologia degenerativa della cornea.

Il medicinale è frutto proprio delle ricerche della Montalcini, premio Nobel della Medicina, e sarà prodotto dalla Dompé nella nostra città: l’azienda milanese vi ha realizzato ad hoc nuove linee di produzione.

Questa proposta nasce inoltre dalla convinzione che gesti simbolici, come questo, rafforzino quella visione politica che vede L’Aquila come città della conoscenza e della ricerca, come centro urbano delle aree interne, capoluogo e capofila dell’innovazione, che ha l’onore di ospitare due Università e centri di ricerca all’avanguardia.

Infine, siccome il futuro si immagina in sogno, si definisce nelle idee e si realizza su solide radici, mi piacerebbe legare questo importante riconoscimento ad un simbolo della ricostruzione post sisma già sognato, pensato e realizzato, intitolando alla ricercatrice il percorso che si svilupperà lungo le mura urbiche cittadine, la cui ultimazione è sollecitata a gran voce da più parti. Sarebbe a mio avviso un segnale importante di una città che intende ricostruirsi orgogliosa del suo importante passato ma anche consapevole del suo ambizioso futuro.

 

Stefano Palumbo


L’Aquila, il 1° Maggio ed il suo futuro

Primo-maggio-2017

Qualche giorno fa ho parlato di “Patto Sociale”, di un accordo tra attori di un processo di ricostruzione di una società mutata rispetto ad un recente passato. Nell’occasione del Primo Maggio vale la pena riflettere su quanto gli eventi di questi ultimi otto anni abbiano modificato la costituzione della nostra micro società.

Basti pensare alle migrazioni di portata storica che, anche all’Aquila, hanno portato a vivere nella porta accanto alla nostra uomini dai colori inusuali per l’Italia, il terremoto che ha profondamente cambiato la composizione della nostra struttura civica, l’arrivo in città di tante professionalità elevate e non, in gran parte dal sud, come già accadde dopo i terremoti del quattrocento e del settecento.

Una nuova realtà che esiste e che sarebbe utile imparare a guardare anche come ricchezza umana di valori magari differenti ma di ambizioni simili, quali il lavoro, la sicurezza, il miglioramento delle condizioni sociali; una realtà che andrà guidata, nell’immediato futuro, da un’amministrazione che dovrà porsi, tra i suoi obiettivi, quello di impostare su un valore etico condiviso la nuova fase di una città che finalmente esce dall’emergenza e guarda ad un futuro normale.

Considerazioni, senz’altro parziali rispetto ad un tema molto più complesso, che rientrano però in quel “Patto sociale” che dovrebbe essere idealmente sottoscritto da lavoratori, cittadini e datori di lavoro, soprattutto in una città come L’Aquila, cantiere d’Europa, in cui in tanti contribuiscono a diverso titolo, intellettualmente, fattivamente ed amministrativamente alla rinascita fisica e sociale appunto. Come amministratore pubblico non posso esimermi da riflessioni come questa in un giorno tanto rappresentativo dell’attività che più nobilita l’umanità.

Un augurio dunque a chi si godrà una pausa lavorativa meritata, a chi è al momento privo di lavoro, a chi dovrà garantire nelle ore di festa per gli altri la sicurezza, la salute e i servizi. Auguri ai lavoratori, a coloro che lo sono stati e soprattutto a coloro che lo saranno.

 

Stefano Palumbo


Perché ho aperto un Blog?

Macchina da scrivere

Mi chiamo Stefano Palumbo, sono ingegnere, ho 40 anni, ed ho deciso di candidami come consigliere comunale, nelle liste del PD, in occasione delle prossime elezioni amministrative del Comune dell’Aquila.

Ho attivato strumenti di ascolto che mi permetteranno di rilevare le esigenze diffuse sul territorio e di elaborare proposte che costituiranno il mio impegno nella futura azione di governo, proposte condivise con i miei concittadini e con tutti quelli che vorranno dare un contributo alla scelta delle future priorità per la nostra città.

La mia esperienza politica ha inizio 10 anni fa, nel 2007, quando decisi di propormi, da outsider e con una lista di giovanissimi candidati consiglieri, come Presidente per il rinnovo del Consiglio di Circoscrizione di Roio; abbiamo vinto con largo margine le elezioni avviando una grande esperienza di partecipazione attiva e di rappresentanza di una piccola comunità che, oggi, è coesa e serena.

Questo mio impegno politico si è trasformato e, dal 6 Aprile 2009, è diventato una missione di vita con una dedizione prioritaria. Infatti sono stato eletto Consigliere del Comune dell’Aquila nel 2012, nella lista del Partito Democratico che poi mi ha scelto come Capogruppo nel Marzo 2015.

Dal 7 Aprile 2017 sono assessore con deleghe ad innovazione smart city, sperimentazione 5G, rapporti con università, energia e fonti rinnovabili; il primo importante risultato consiste nell’aver ottenuto l’inserimento del Comune dell’Aquila tra le cinque città italiane selezionate per avviare la sperimentazione della tecnologia 5G che porterà una forte spinta all’innovazione nella vita di tutti i giorni con effetti sul mercato del lavoro e benefici per l’imprenditoria locale.

Oggi metto l’esperienza maturata e la mia dedizione a disposizione dell’intero territorio aquilano, candidandomi nuovamente a svolgere il ruolo di consigliere comunale e potendo garantire la coerenza che mi contraddistingue da sempre.

Questo mio blog sarà il luogo della mia proposta politica che potrà scaturire dalle segnalazioni e proposte che riceverò attraverso la seguente modalità di contatto:

Stefano Palumbo